Montignoso porta la sua fiamma: Katia Simonetti scelta come tedofora C’è un filo che unisce l’infanzia di una bambina delle elementari a Massa e la corsa di una donna matura lungo il percorso della torcia olimpica di Milano-Cortina 2026. Un filo sottile ma incandescente, come quella fiamma che Katia Simonetti – per tutti “La Mister” – ha portato tra le mani oggi a Empoli, realizzando un sogno che ha attraversato cinque decenni della sua vita. Classe 1968, originaria di Torre del Lago, Katia arriva a Massa nel 1974 per il trasferimento del padre. Lì cresce, studia, mette radici. Nel 1991 si sposa con un massese e si trasferisce a Montignoso, dove vive tuttora. Ma la geografia è solo la cornice: ciò che definisce davvero la sua storia sono due passioni che non l’hanno più lasciata. “Sono una mamma, una moglie, un’impiegata – dice – ma soprattutto sono una donna che da più di quarant’anni porta avanti due amori: il volontariato e lo sport”. Due strade che, nella sua vita, non hanno mai camminato separate. "La Mister". Così la chiamano da più di dieci anni i ragazzi e le ragazze che ha allenato sui campi di calcio. È un soprannome nato per gioco, dai bambini della prima squadra che ha guidato, e che oggi è quasi un marchio identitario. “Mi calza a pennello – dice sorridendo – e ne vado fiera”. Da atleta ha praticato atletica, softball, calcio, arrivando a vincere tre campionati italiani di calcetto. Poi, quando il capitolo dell’agonismo si è chiuso, ne ha aperto un altro: quello dell’allenatrice. “Ho sempre creduto che il gioco e lo sport fossero strumenti educativi potentissimi. Sono stati la mia casa, il mio metodo, la mia missione”. I risultati parlano da soli: molti dei giovani che ha seguito oggi militano in società professionistiche come Spezia, Genoa; Carrarese ed Empoli. Ma per lei il successo è un altro: “Il vero premio è quando ti chiamano “La Mister” dopo anni, quando ti abbracciano perché sanno che hai insegnato loro qualcosa che va oltre il campo”. Il momento in cui ha capito che voleva candidarsi come tedofora è degno di un romanzo pop italiano: il Festival di Sanremo. Durante una serata, Carlo Conti annunciò la possibilità di autocandidarsi per portare la torcia. “Mi si è aperto un mondo”, ricorda. Non per vanità, ma per memoria. Perché il primo fuoco era stato acceso molto tempo prima, grazie a una maestra che, alle elementari le raccontò la magia delle Olimpiadi antiche. “Ci parlò della fiamma che fermava le guerre. Mi colpì così tanto che ancora oggi, a distanza di quarant’anni, ricordo il suo modo di raccontare, come una fiamma essa stessa”. Sorridono ancora, in casa, il marito e i figli che all’inizio la prendevano un po’ in giro: “Ma figurati se scelgono te!”. E invece sì: “La Mister” scrive, invia la candidatura… e dopo un mese arriva la risposta. “Sudavo dall'emozione emozione. Ero felice come una bambina davanti alla fabbrica di cioccolato”. Il profilo di Katia è stato scelto non solo per il suo curriculum sportivo, ma perché incarna ciò che lo sport dovrebbe essere: educazione, rispetto, impegno, perseveranza. “In Italia una donna che allena calcio non è sempre vista bene – ammette – e quando ho iniziato lo era ancora meno. Ho dovuto sgomitare, alzare la testa, farmi rispettare”. Ma l’ha fatto senza mai rinunciare allo stile: creando ambienti di squadra basati sull’inclusione, sulla crescita e sul gioco come linguaggio universale. È questo bagaglio, fatto di campi polverosi, ragazzi accompagnati a diventare adulti, vittorie, sconfitte e abbracci, che ha convinto il comitato olimpico. Per Katia il significato della torcia olimpica va oltre lo sport. “Rappresenta l’amore, la fratellanza, la fatica, la perseveranza. È un simbolo che non si spegne mai. Un messaggio di pace che oggi, più che mai, abbiamo bisogno di ricordare”. Ed è proprio il valore della pace che, da bambina, l’aveva affascinata. “Gli antichi fermavano le guerre per le Olimpiadi. Oggi, nel 2025, non riusciamo più a farlo. Ma quella fiamma porta comunque un messaggio: non arrenderti mai”. Essere tedofora significa anche rappresentare una comunità. E Katia lo sa bene. “Vorrei che questo ruolo ricordasse a tutti quanto lo sport sia fondamentale per i ragazzi. Oggi più di ieri”. Per questo lancia un appello: “Investiamo nei campi, nelle palestre, nei luoghi di incontro. I giovani hanno bisogno di presenza, di relazioni vere, non filtrate da uno schermo. Lo sport è ancora uno degli ultimi spazi dove questo è possibile”. Nella sua candidatura c’era una richiesta speciale: correre gli ultimi 50 metri portando per mano il suo nipotino di quattro anni. “È il mio modo di rappresentare il passaggio di consegne tra generazioni. La fiamma che passa dai più grandi ai più piccoli”. Una richiesta che ha emozionato anche il comitato e che ha contribuito alla sua selezione. Oggi Katia porterà con sé la bambina che ascoltava rapita la storia delle Olimpiadi, la ragazza che correva e segnava, la volontaria che educava attraverso il gioco, l’allenatrice che ha cresciuto centinaia di giovani atleti. Porterà la sua vita intera. E porterà anche una famiglia che – dopo le prime prese in giro – è diventata il suo tifo più grande. “Vorrei ringraziare i miei figli, mio marito e tutta la mia famiglia. Oggi saranno con me. Senza di loro niente sarebbe stato così bello”. Oggi non correrà solo “La mister”. Correranno la sua storia, i suoi valori, e quella piccola fiamma interiore che non ha mai smesso di ardere.