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Non è mai stato un derby vero, non può esserlo. Carrarese ed Empoli sono distanti in tutto, storia, passione, modo di vivere e masticare il calcio. Venerdì ai Marmi l’incrocio che alimenta speranze di zona playoff.
Non un vero derby, di quelli che fanno tremare le vene e riempiono di farfalle lo stomaco dei tifosi. Eppure, nel piccolo romanzo di questa partita, c’è una pagina da staccare e conservare con cura. 20 settembre 1992, terza giornata di serie C. C’è il sole ai Marmi, fa caldo. Tanta gente. La Carrarese di Lembi non è partita bene, l’Empoli è uno squadrone costruito per la B, ha Fabio Galante dietro e Vincenzo Montella davanti. La Carrarese in difesa schiera Moreno Ferrario, che cinque anni prima ha vinto lo scudetto a Napoli con Diego Maradona, in attacco il faro è Fermanelli, in mezzo Superbi.
I punti pesano già come macigni: gara dura, tosta, più calci che calcio. Il destino si compie al 51′: calcio d’angolo da destra, in mezzo all’area c’è, solo soletto, un capellone col numero 10. Quasi stupito di tanta solitudine, quasi non salta neppure. Con la fronte, indirizza la palla nell’angolino e poi corre, braccia tese, verso lo spicchio dei tifosi ospiti. Il suo nome è Luciano Spalletti, ha 33 anni, sarà l sua ultima stagione da professionista, è uno dei suoi ultimi gol. Alla fine l’Empoli porta via la vittoria, pur senza far mirabilie.
Chissà se venerdì sera Luciano, nel frattempo diventato collezionista di grandi panchine, un’ occhiata a Carrarese-Empoli la darà, preparando la partita della sua Juventus. E ricordando, con l’ombra di un sorriso, quei capelli lunghi e quel colpo di testa ingiallito dal tempo, nello stadio baciato dalle Apuane.