
Intelligenza artificiale, la patente che non abbiamo ancora
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Intervista a Bruno Ciuffi: “Abbiamo messo tutti alla guida di bolidi potentissimi senza costruire la strada. La sfida non è fermare il progresso, ma insegnare la responsabilità”
Massa – Lo conosciamo da anni per il suo impegno nel sociale, nella politica e nel mondo dell’associazionismo locale. Bruno Ciuffi torna a riflettere su un tema che riguarda tutti, ma soprattutto i più giovani: l’intelligenza artificiale. Lo fa con una metafora semplice e potente: quella della patente.
Partiamo da qui: perché parla di patente?
“Perché ci sono momenti nella storia in cui l’uomo inventa qualcosa che corre molto più velocemente della sua capacità di governarlo. Con l’intelligenza artificiale siamo esattamente dentro uno di questi momenti. E mi è venuto naturale pensare al Codice della Strada.”
Cosa c’entra l’auto con l’IA?
“Quando abbiamo inventato l’automobile abbiamo capito subito che non potevamo consegnare a tutti una macchina e dire ‘adesso guidate’. Abbiamo costruito le strade, diviso le carreggiate, messo la segnaletica, i limiti, i guardrail. E abbiamo inventato la patente. Non basta possedere un’auto per guidarla. Serve un’età minima, conoscere le regole, superare delle prove. E più il mezzo è potente, più competenze servono. Perché la libertà di guidare finisce dove comincia il diritto degli altri a non essere travolti.”
E con l’intelligenza artificiale questo non è successo?
“Esatto. Siamo saliti tutti a bordo di automobili potentissime senza aver ancora deciso quali siano le carreggiate, dove siano i guardrail e, soprattutto, chi debba avere la patente. Ed è questo che mi preoccupa. Non la macchina. Il conducente.”
Lei non è tra quelli che demonizzano l’IA?
“Assolutamente no. Può essere una straordinaria opportunità. Può aiutarci a curare meglio, a lavorare meglio, a studiare, a conoscere, a risparmiare tempo, perfino a prendere decisioni più consapevoli. Ma proprio perché ne riconosco la forza, dico che è arrivato il momento di smettere di parlarne solo in termini di entusiasmo o di paura. Dobbiamo parlare di regole.”
Qual è il rischio più grande oggi?
“Che può produrre in pochi secondi una quantità di informazioni, immagini, video e contenuti che fino a ieri avrebbero richiesto ore, giorni o competenze professionali. Può essere usata per costruire, ma anche per manipolare. Può aiutare a conoscere, ma può anche rendere una menzogna incredibilmente credibile. Può democratizzare il sapere, ma può anche moltiplicare la capacità di chi vuole ingannare, truffare o orientare il consenso.”
E quindi la domanda non è più cosa farà l’IA…
“…ma cosa saremo capaci di permetterle di fare. E qui entra in gioco soprattutto il tema dei nostri ragazzi.”
Perché proprio i ragazzi?
“Per guidare un’auto serve un’età stabilita dalla legge, studiare, fare un esame teorico e uno pratico. E anche dopo, se sbagli, ci sono sanzioni. Per utilizzare strumenti di intelligenza artificiale che possono produrre immagini, video, voci e informazioni capaci di raggiungere migliaia o milioni di persone, spesso basta uno smartphone e un clic su ‘accetto’. È davvero sufficiente? Io non credo.”
Vietare sarebbe la soluzione?
“No, sarebbe inutile e sbagliato. Dobbiamo insegnare loro a guidarla. Così come insegniamo a un ragazzo che una macchina non è un giocattolo, dobbiamo insegnargli che nemmeno l’intelligenza artificiale lo è. Dobbiamo insegnargli che dietro una fotografia può esserci una costruzione, dietro una voce può non esserci quella persona, dietro un’informazione perfetta può esserci una falsità. E soprattutto che ciò che la tecnologia consente di fare non significa automaticamente che sia giusto farlo.”
Qual è la grande sfida educativa?
“Non basta alfabetizzare i ragazzi alla tecnologia. Dobbiamo alfabetizzarli alla responsabilità. Perché una macchina non ha responsabilità. La responsabilità resta dell’uomo.”
Cosa servirebbe, concretamente?
“Non possiamo fermare il progresso, sarebbe come vietare l’automobile perché può provocare incidenti. Ma non possiamo nemmeno lasciare che questa nuova tecnologia viaggi a velocità incontrollata su una strada senza segnaletica. Servono carreggiate. Servono guardrail. Servono semafori. Servono controlli. E forse, soprattutto, servono patenti. Non necessariamente una patente fisica. Ma competenze, formazione e livelli di responsabilità proporzionati alla potenza degli strumenti che si utilizzano.”
E la responsabilità finale di chi è?
“Non possiamo pretendere che un cittadino qualunque sappia riconoscere sempre un video falso, una voce clonata o un’informazione costruita per condizionarlo. E non possiamo permettere che chi utilizza l’IA per prendere decisioni che riguardano la vita degli altri si nasconda dietro la frase: ‘Lo ha deciso l’algoritmo’. No. L’algoritmo non può diventare il nuovo alibi dell’uomo. Se una decisione produce una conseguenza, qualcuno deve essere responsabile di quella decisione.”
In sintesi?
“Una società civile non si limita a chiedersi cosa può fare. Si chiede anche cosa deve fare. Il guardrail, normalmente, lo costruiamo prima che qualcuno finisca fuori strada. Ecco, forse con l’intelligenza artificiale dobbiamo fare esattamente questo. Non avere paura della velocità. Ma avere abbastanza buon senso da costruire la strada. E ricordarci che, per quanto sofisticata possa diventare la macchina, la patente della responsabilità deve rimanere nelle mani dell’uomo.”











