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	<title>Il punto Archivi - Prima Pagina Massa Carrara</title>
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	<title>Il punto Archivi - Prima Pagina Massa Carrara</title>
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		<title>RIFLESSIONI SUL LINGUAGGIO PUBBLICO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Rossana Lazzini]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 17 Aug 2026 16:46:36 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Il punto]]></category>
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					<description><![CDATA[<p>Quando il nemico non è più una persona Il caso Andrea Tosi, la paranoia collettiva e il confine che una democrazia non dovrebbe oltrepassare di Fabio Evangelisti In questi giorni sto rileggendo un libro impegnativo e prezioso di Luigi Zoja, Paranoia. La follia che fa la storia. E proprio mentre tornavo sulle sue pagine dedicate [&#8230;]</p>
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<p class="wp-block-paragraph">Quando il nemico non è più una persona</p>



<p class="wp-block-paragraph">Il caso Andrea Tosi, la paranoia collettiva e il confine che una democrazia non dovrebbe oltrepassare</p>



<p class="wp-block-paragraph">di Fabio Evangelisti</p>



<p class="wp-block-paragraph">In questi giorni sto rileggendo un libro impegnativo e prezioso di Luigi Zoja, Paranoia. La follia che fa la storia. E proprio mentre tornavo sulle sue pagine dedicate alla costruzione del nemico e alla diffusione delle «infezioni psichiche collettive», mi sono imbattuto in una vicenda molto più piccola, apparentemente soltanto locale: quella raccontata da Andrea Tosi, segretario provinciale della Lega e consigliere comunale di Carrara.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non conosco Tosi. Non l’ho mai incontrato, neppure per caso. Non condivido la cultura politica della Lega e considero molte delle parole usate in questi anni dai suoi dirigenti parte del processo di imbarbarimento del nostro linguaggio pubblico. Ma forse proprio questa distanza mi impone di provare a guardare l’accaduto senza la lente deformante dell’appartenenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Tosi ha raccontato che, la notte di Ferragosto, dopo i fuochi, mentre aspettava il proprio turno in una pasticceria di Marina di Carrara, una persona a lui sconosciuta lo avrebbe insultato ripetutamente: «fascista», «fascio di merda», «merda». Ha spiegato di non aver risposto, di non essersi neppure voltato e di essersene andato. Non possiedo strumenti per verificare direttamente ogni dettaglio del racconto. Posso soltanto partire da ciò che egli ha reso pubblico e da un principio elementare: le idee si possono contestare, anche duramente; una persona che sta vivendo un momento della propria vita privata non diventa per questo un bersaglio legittimo.</p>



<p class="wp-block-paragraph">A colpirmi, tuttavia, più ancora dell’episodio, è stata la selva di reazioni apparsa sotto la notizia. Molti commenti non si limitavano a contestare il lungo ragionamento politico con cui Tosi aveva accompagnato il racconto. Sembravano piuttosto voler dimostrare che quell’insulto fosse meritato: «Un motivo ci sarà»; «chi semina vento»; «se l’è cercata»; «fascio lo è, quindi perché si offende?». Qualcuno arrivava a sostenere che “fascio di merda”, per certe persone, non fosse neppure più un insulto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non riporto queste frasi per mettere alla gogna chi le ha scritte. Sarebbe una contraddizione evidente. Le cito perché, considerate insieme, mostrano un meccanismo che va molto oltre Andrea Tosi e la politica carrarese. Il fatto concreto scompare; l’identità attribuita alla persona diventa già una prova. Se è leghista, allora ha certamente provocato. Se viene definito fascista, allora non può essere offeso. Se appartiene al campo avversario, persino ciò che gli accade nella vita privata diventa una conseguenza naturale, quasi una pena preventiva.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È qui che le pagine di Zoja diventano inquietantemente attuali. La paranoia collettiva non coincide necessariamente con un delirio manifesto e non autorizza diagnosi sommarie sulle persone. È più corretto parlare, in questo caso, di un meccanismo paranoico: prima si costruisce il nemico; poi ogni evento viene ordinato in modo da confermarne la colpa. Le informazioni che potrebbero incrinare il racconto vengono respinte, mentre quelle compatibili con esso acquistano un valore assoluto. Il ragionamento può persino apparire coerente, ma lo è soltanto dopo che la conclusione è stata decisa in partenza.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Zoja osserva che la paranoia collettiva può diventare quasi indistinguibile all’interno di una massa che la condivide. E parla della moderna «massa atomizzata»: persone che non hanno bisogno di riunirsi nella stessa piazza, perché ricevono attraverso gli schermi messaggi identici e reciprocamente eccitanti. Oggi a questo quadro dobbiamo aggiungere la forza degli algoritmi. Il social network non ci presenta soltanto opinioni: ci restituisce continuamente le nostre stesse convinzioni, le rafforza con l’approvazione degli altri e ci persuade che il mondo coincida con la porzione di mondo che scorre davanti ai nostri occhi.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Una volta affidato al potere moltiplicatore della comunicazione di massa, scrive in sostanza Zoja, l’essere odiati, invece di diventare occasione di autocritica, può essere offerto come dimostrazione che è giusto odiare. È l’inversione delle cause: il nemico è attaccato perché colpevole e, siccome viene attaccato, quell’attacco dimostra ulteriormente la sua colpa. Un circuito chiuso, impermeabile ai fatti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ho provato a raccontare qualcosa di simile anche nel mio Le paure del professor Parolini. In quelle pagine la paranoia non è soltanto una patologia individuale: può diventare un principio di governo e una tecnica di mobilitazione collettiva. «La paranoia non si ferma mai. Una volta che comincia a vedere nemici, ne vedrà sempre di nuovi». La paura, più ancora dell’odio, è forse lo strumento più potente per governare. Ha bisogno di un volto sul quale proiettarsi, di un colpevole riconoscibile, di qualcuno che possa essere trasformato da persona in categoria.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Naturalmente esiste un’obiezione seria, che non può essere elusa. Il fascismo non è un’opinione politica come un’altra: è stato dittatura, violenza, guerra, soppressione delle libertà e persecuzione. L’antifascismo non è una preferenza fra le altre, ma costituisce il fondamento storico e morale della nostra Repubblica. Difenderlo significa vigilare contro il ritorno di culture autoritarie, razziste e illiberali. Ma proprio per questo l’antifascismo non può ridursi a un lasciapassare per l’umiliazione personale, né a una parola con la quale privare chiunque non ci piaccia della dignità e dei diritti che diciamo di voler difendere.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Combattere una posizione politica non significa disconoscere l’umanità di chi la sostiene. Si possono contestare le proposte di Tosi, ricordare le responsabilità della Lega, criticare il linguaggio di Salvini e di altri esponenti della destra, denunciare la costruzione dello straniero, del migrante e del diverso come minacce. Sarebbe anzi ipocrita ignorare quanto quella cultura politica abbia contribuito a seminare paura e risentimento. Ma nessuna di queste responsabilità trasforma automaticamente Andrea Tosi in un oggetto sul quale chiunque possa scaricare il proprio disprezzo mentre aspetta di comprare un dolce.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Dire questo non equivale a mettere sullo stesso piano ogni linguaggio, ogni storia e ogni responsabilità. Non significa proclamare una comoda equivalenza fra destra e sinistra o dimenticare chi, nella politica italiana, abbia fatto della paura una macchina elettorale. Significa rifiutare l’idea che il comportamento sbagliato dell’avversario ci conceda il diritto di assomigliargli. «Anche loro insultano» non è un criterio morale: è la rinuncia ad averne uno.</p>



<p class="wp-block-paragraph">C’è poi un aspetto ancora più delicato. Tosi, nel proprio intervento, domanda dove stia davvero il fascismo e accusa chi si professa democratico di voler censurare e delegittimare le idee altrui. Non sono obbligato a condividere questa conclusione. Un insulto volgare, per quanto inaccettabile, non dimostra da solo l’esistenza di un fascismo rovesciato; e la libertà di espressione non rende tutte le idee equivalenti sul piano storico e costituzionale. Tuttavia, il possibile uso politico dell’episodio non cancella l’episodio. Possiamo criticare la cornice scelta da Tosi senza negare il nucleo di verità contenuto nel suo racconto: nessuno dovrebbe temere di essere aggredito verbalmente, o peggio, a causa delle proprie opinioni.</p>



<p class="wp-block-paragraph">È proprio su questo passaggio che molte reazioni rivelano il loro carattere più preoccupante. Prima ancora di chiedersi che cosa sia avvenuto, cercano nel curriculum politico dell’offeso una ragione che giustifichi l’offesa. È la stessa grammatica che, in altri ambiti, abbiamo imparato a riconoscere e a respingere: se le è cercata; qualcosa avrà fatto; con quello che diceva, che cosa poteva aspettarsi? Cambiano la vittima e il contesto, ma resta identico il bisogno di rendere il mondo semplice, assegnando preventivamente innocenza ai nostri e colpa agli altri.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La paura collettiva funziona così. Separa, classifica, semplifica. Ci rassicura dicendoci che il male si trova interamente fuori da noi. E soprattutto ci libera dalla fatica dell’autocritica. Non siamo più chiamati a domandarci se una nostra parola sia ingiusta, perché l’identità del destinatario l’ha già resa lecita. A quel punto la persona scompare. Rimane il “leghista”, il “fascista”, il “comunista”, l’“immigrato”, il “traditore”, il “nemico del popolo”. Le etichette cambiano; il meccanismo resta.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Non so se scrivere queste cose mi procurerà nuove amicizie. Probabilmente no. Potrei invece perdere qualche simpatia tra persone che stimo e con le quali condivido molto. Ma una convinzione democratica vale davvero soltanto quando ci costa qualcosa, quando ci obbliga a riconoscere un diritto anche a chi è lontanissimo da noi. Difendere la dignità di chi ci somiglia è naturale; riconoscerla nell’avversario è una scelta politica e morale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Per questo non scrivo in difesa della Lega e neppure per assolvere Andrea Tosi da critiche che possono essere fondate. Scrivo in difesa di un confine. Al di qua di quel confine c’è il conflitto democratico: aspro, appassionato, persino radicale. Al di là c’è la trasformazione dell’avversario in nemico assoluto, del nemico in colpevole preventivo e del colpevole in persona cui tutto può essere fatto o detto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">La democrazia non si misura dalla libertà che riconosciamo a chi ci somiglia, ma dalla dignità che continuiamo a riconoscere a chi consideriamo lontanissimo da noi. Quando il nemico non è più una persona ma soltanto un’etichetta, la paura ha già vinto. E quando ci convinciamo che meriti qualsiasi cosa gli accada, la paranoia collettiva ha già cominciato a governarci.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-resized"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="683" height="1024" src="https://www.primapaginamassacarrara.it/wp-content/uploads/2026/08/FB_IMG_1785766936086-683x1024.jpg" alt="" class="wp-image-7351" style="width:748px;height:auto" srcset="https://www.primapaginamassacarrara.it/wp-content/uploads/2026/08/FB_IMG_1785766936086-683x1024.jpg 683w, https://www.primapaginamassacarrara.it/wp-content/uploads/2026/08/FB_IMG_1785766936086-200x300.jpg 200w, https://www.primapaginamassacarrara.it/wp-content/uploads/2026/08/FB_IMG_1785766936086-768x1152.jpg 768w, https://www.primapaginamassacarrara.it/wp-content/uploads/2026/08/FB_IMG_1785766936086-1024x1536.jpg 1024w, https://www.primapaginamassacarrara.it/wp-content/uploads/2026/08/FB_IMG_1785766936086.jpg 1365w" sizes="(max-width: 683px) 100vw, 683px" /></figure>
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		<title>Il cantiere e la narrazione mancata di cui siamo tutti complici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Alessandra Vivoli]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 05 Aug 2026 07:52:30 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[Cronaca]]></category>
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<p class="wp-block-paragraph">Erano i primi anni del duemila, non stiamo parlando di preistoria. C’erano le assemblee (aperte) in sala mensa dove, seduti a tavoli di formica, con un leggero profumo di sugo nell’aria, si parlava della crisi dell’azienda, una delle più grandi aziende del territorio apuano. Le “tute blu” insieme al sindacato, con i giornalisti, ci si conosceva per nome, per faccia.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Quando l’allora amministratore delegato di Nca, l’ingegner Luigi Mor (con cui i cronisti potevano parlare semplicemente chiamandolo al telefono) pronunciò una frase: “a settembre in cantiere tanti certificati medici perché è la stagione dei funghi”. Fecero assemblee per questo affronto, i lavoratori si sentirono offesi, ci furono note stampa durissime da parte del sindacato.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi la crisi, il corteo fino all’autostrada. Una azienda stava morendo, non in silenzio. Anzi in quegli anni si poteva pure scrivere che c’era stata indifferenza da parte della gente quando gli operai sfilavano in mezzo al mercato del giovedì.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Fin qui una storia difficile, come purtroppo tante se ne vivono in Italia vissuta con partecipazione: che il cantiere versasse in cattive acque lo sapevano tutti.</p>



<p class="wp-block-paragraph">&nbsp;Fin qui una narrazione, una normale narrazione di una complessa vertenza aziendale.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi è arrivato il cambiamento. Sono spariti i capannoni grigi, è arrivato un nuovo gruppo, un cantiere patinato dove la sala mensa delle assemblee ha lasciato posto a una palestra. Dove la mensa è diventata gourmet (per armatori e equipaggio visto che gli operai estate e inverno aprono le loro schiscette in pineta).</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ricordo la mia visita a Tisg: opere d’arte, un bar con i divanetti di velluto, una coppa piena di bottiglie di champagne. Ricordo anche che, il giorno dopo, chiesero di cancellare quelle foto.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Ci sono stati i vari importanti, le feste con la sfilata di Giorgio Armani e il catering firmati “Da Vittorio”, ci sono stati i fuochi d’artificio (alcuni marinelli provarono anche a protestare), gli 8 marzo con l’encomio alle donne da parte del ceo (davanti ai giornali). E i racconti di operai divenuti manager.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Certo le voci di sottofondo non si sono zittite. Ma sono diventate bisbigli: quelle in cui si parlava di operai relegati a pettinare il ghiaino, di arredi degli yacht finiti in mare, di trattamenti non proprio degni di una Solomeo sul mare.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Poi, adesso, è arrivata la crisi, le dimissioni dei vertici, le accuse ai manager.</p>



<p class="wp-block-paragraph">I 50 licenziamenti ventilati e ritirati dopo l’intervento del sindacato e le minacce di sciopero. E i tavoli per una rinascita del polo nautico apuano che parlerà anche un po’ versiliese.</p>



<p class="wp-block-paragraph">Cosa è mancato nel mezzo? Una corretta narrazione e di questo tutti siamo stati complici,</p>
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