Breaking News

Popular News










Riflessioni sui fatti di cronaca recenti da parte di Nicola Guerra, docente universitario e ricercatore indipendente.
L’omicidio del concittadino Giacomo Bongiorni ha suscitato numerosi commenti, di tono e contenuto eterogenei. Tra questi, non sono mancate dichiarazioni polemiche: c’è infatti chi ha definito la fiaccolata in sua memoria una manifestazione inutile, con parole a tutti gli effetti offensive e prive di senso civico.
Un tratto comune dei commenti e delle numerose “analisi” è la loro superficialità, sia nelle letture di taglio sociologico e giustificazionista, sia in quelle giustizialiste o con derive razziste. Non sembra emergere, infatti, né la capacità né la volontà di un’analisi strutturale del vissuto cittadino.
Si tratta di una tragedia annunciata, non di un evento improvviso o inaspettato
Partiamo da un punto fermo: si tratta di una tragedia annunciata, non di un evento improvviso o inaspettato. Le numerose segnalazioni rivolte alle autorità competenti dai residenti del centro storico, sia telefonicamente sia di persona, documentano da tempo una situazione di degrado nell’area. Denunce che riguardano la somministrazione abusiva di alcolici ai minori da parte di diversi locali e una diffusa attività di spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina. Segnalazioni che, come documentato da diversi residenti, includono elementi circostanziati e ripetuti nel tempo.
Basti pensare che, la stessa sera dell’omicidio, si sarebbero verificati, secondo le testimonianze di diversi giovani e residenti, alterchi violenti in via Cavour, intorno alle 21, e nella stessa piazza Palma, luogo della tragedia, intorno alla mezzanotte.
Perché le autorità siano rimaste inerti nonostante anni di segnalazioni circostanziate è una domanda non solo legittima, ma doverosa. La risposta appare evidente a larga parte della cittadinanza: l’attenzione è stata assorbita dalla promozione di Massa come Capitale della Cultura e ogni intervento restrittivo è stato di fatto sacrificato per non compromettere l’immagine della candidatura. Una scelta politica dalle conseguenze altrettanto concrete. Anche le opposizioni non sono esenti da responsabilità: non hanno esercitato la pressione necessaria, né hanno saputo incalzare con efficacia su un problema ormai strutturale e pluriennale, lasciandolo di fatto incancrenire.
a Massa il sistema politico-amministrativo è consociativo e fortemente condizionato da gruppi ristretti di potere, talvolta di natura familiare
Ma l’evento tragico non dipende, in modo oggettivo, dalle sole mancate risposte della politica. Va detto chiaramente che a Massa il sistema politico-amministrativo è consociativo e fortemente condizionato da gruppi ristretti di potere, talvolta di natura familiare. Questo assetto ha prodotto nel tempo un contesto di gestione chiusa e autoreferenziale, con effetti diretti sulla capacità di affrontare le criticità del territorio. La tragedia si inserisce in un quadro più ampio di crisi strutturale, sia locale sia nazionale, segnato dal progressivo disfacimento del tessuto sociale.
Se molti commenti si sono scagliati non solo contro i giovani responsabili dell’uccisione di Giacomo, ma contro i giovani in generale, considerati come un universo uniforme e degenerato, da docente posso dire di aver toccato con mano il disagio e l’abbandono che attraversano molte fasce giovanili. Non per farne delle vittime da giustificare a ogni costo, ma per restituire una lettura più oggettiva della realtà.
Le famiglie in cui crescono sono spesso assenti per una svariata serie di motivi. Talvolta perché entrambi i genitori lavorano, spesso sottosalariati e precarizzati, e non riescono a garantire una presenza fisica e una continuità educativa. Non di rado accade però che gli stessi genitori conducano vite disordinate, segnate anche da eccessi e modelli esistenziali improntati a un prolungamento irresponsabile dell’adolescenza. Lo si può ammettere: mentre alcuni ragazzi abusano degli spazi del centro, anche il mondo adulto lo fa nelle zone limitrofe. La città è al centro di un intenso traffico di stupefacenti, anche in ragione della sua posizione geografica strategica. Le dipendenze risultano ampiamente diffuse tra le diverse generazioni.
Il tessuto familiare è in crisi profonda e strutturale, a Massa come nel resto del Paese. Inoltre, la città non offre sogni né prospettive. I figli vedono i genitori lavorare per salari infimi e precari, che non garantiscono quel benessere che il sistema, invece, diffonde in modo illusorio attraverso la propaganda online e televisiva.
Non sta meglio la scuola, con strutture fatiscenti e con il ruolo del docente percepito come “posto fisso” e quindi appetibile, al pari di quello alle Poste o in Comune, da parte di soggetti privi della minima vocazione pedagogica e, non di rado, in possesso di titoli acquisiti nel mercato delle certificazioni fittizie create dallo Stato italiano.
Non è un caso, né una coincidenza fortuita, che la tragedia di Giacomo sia stata seguita, a breve distanza, dall’ennesimo suicidio giovanile: un ragazzo che si è gettato nel vuoto dal ponte di viale Trieste, ormai tristemente noto, insieme a quello parallelo, per episodi analoghi.
Lo dico con franchezza: ho lasciato Massa nel 1999 per farvi ritorno dopo un ventennio e, appena rientrato, ho subito percepito questo diffuso disagio, sia nel mondo adulto sia in quello giovanile. La mancanza di un reddito in grado di garantire condizioni di vita dignitose, il disfacimento familiare, le dipendenze diffuse — che, bando alle ipocrisie, sono intergenerazionali —, il collasso e il menefreghismo del sistema educativo e dell’istruzione, la pressoché totale assenza di attività e stimoli culturali, la presenza di una politica “meridionalista”, consociativa e familistica.
Da queste condizioni nasce la solita frase che molti massesi ripetono: “a Massa c’è tutto, i monti e il mare”. Una frase consolatoria, che riflette quanta bellezza la natura abbia regalato a questa terra, ma anche quanta bruttezza gli uomini vi abbiano accumulato nel tempo. E la bruttezza più grande che si osserva è l’assenza di speranza, tanto nei giovani quanto negli adulti. Questi ultimi, presi da un tran-tran quotidiano ossessivamente ripetitivo e non remunerativo — in ogni senso —, si rifugiano, quando va bene, nel vuoto chiacchiericcio da bar e, quando va male (e non è una rarità), nelle dipendenze. I giovani, in una condizione di sostanziale abbandono e privi perfino della possibilità di sognare, vivono più a contatto con riferimenti come Baby Gang e simili che con la famiglia, le istituzioni scolastiche, culturali e politiche. Pochi sognano. Pochi studiano. Pochi sono felici. Molti si arrangiano, resistono e alcuni, non pochi, si intossicano.
Assodato che molte famiglie si trovano oggi in condizioni di grave difficoltà, quando non di vero e proprio disfacimento, non è possibile che lo Stato, le istituzioni locali e il sistema dell’istruzione si limitino a scaricare sulle sole famiglie la responsabilità del disagio giovanile. Al contrario, proprio in presenza di tali fragilità, la responsabilità delle istituzioni si rafforza, in quanto esse sono per loro natura chiamate a sostenere, accompagnare e proteggere le fasce più vulnerabili della popolazione.
I giovani di oggi, parlando con chiarezza, non sono compresi da molti, ma la ragione più profonda è che non vengono realmente ascoltati: né in famiglia, né nelle istituzioni, né nei contesti educativi.
I giovani di oggi, parlando con chiarezza, non sono compresi da molti, ma la ragione più profonda è che non vengono realmente ascoltati: né in famiglia, né nelle istituzioni, né nei contesti educativi. Non si può assistere passivamente alla riduzione dell’immaginario giovanile a modelli distorti, in cui l’unico orizzonte desiderabile diventa l’automobile di lusso o lo stile di vita criminale, senza interrogarsi sulle responsabilità collettive.
Spetta alle istituzioni, a tutti i livelli, in primo luogo a quelle dell’istruzione, dove i giovani trascorrono molte ore — spesso più che in famiglia — il compito di costruire orizzonti di senso alternativi: sogni positivi, realistici e raggiungibili, capaci di restituire fiducia, prospettiva e anche entusiasmo. Ai giovani deve essere trasmesso con chiarezza che il futuro non è qualcosa da subire, ma da costruire. E che, se il mondo che stiamo lasciando loro in eredità presenta criticità evidenti, essi avranno comunque la possibilità di cambiarlo.
Tutto questo, tuttavia, non è possibile senza un elemento fondamentale: l’ascolto. Nella mia esperienza di docente, ciò che emerge con maggiore evidenza è proprio questa richiesta giovanile, talvolta implicita ed altre esplicita, ma costante: essere ascoltati. Una richiesta che troppo spesso resta inevasa, sia in famiglia sia a scuola.
Quelle di Massa sono tragedie annunciate di un territorio allo sbando, che ai propri giovani offre disagio a piene mani. Siano orribili e ingiustificabili omicidi o disperati suicidi, finché non ci si arrenderà a riconoscere che qui è morta da tempo non solo la qualità della vita, ma persino la speranza, non si comincerà nemmeno ad affrontare una situazione degenerata e ormai insostenibile. E, purtroppo, Massa non è neppure un caso isolato nel contesto italiano.
Ai giovani che non abdicano, che non cedono allo sbando e alla violenza, che non si arrendono alla depressione e allo sconforto, che non si rifugiano nelle dipendenze e nello sballo, ma che continuano a sognare, viene naturale — ed è, in un certo senso, una sconfitta — dire: studiate le lingue e andate via da questo angolo buio che uccide non solo le possibilità reali, ma anche i sogni.
Nicola Guerra – Docente universitario e ricercatore indipendente.