
Sassonia-Anhalt: quando la paura diventa consenso
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di Fabio Evangelisti
Confesso che fino a due giorni fa facevo fatica a collocare geograficamente questa regione, poi ho anche scoperto che ce ne sono tre con lo stesso nome; Sassonia, Sassonia-Anhalt e Bassa Sassonia. Tre “robbe” diverse. Ma, parlando di Germania, il primo pensiero è andato a Bertolt Brecht che già ammoniva: «Il grembo da cui nacque il fascismo è ancora fecondo».
Tuttavia, il voto in Sassonia-Anhalt non autorizza paragoni frettolosi con gli anni ‘20 e ‘30 del secolo scorso, ma neppure può essere ridotto a un incidente regionale.
L’AfD (Alternative für Deutschland, partito che non rinnega il nazismo, anzi) ha ottenuto il 43,8 per cento, più che raddoppiando il risultato del 2021, diventando il primo partito in tutti i 218 comuni del Land e, con 39 seggi su 83, ha mancato per appena tre deputati la maggioranza assoluta.
Occorre però partire dalle proporzioni. La Sassonia-Anhalt conta poco più del 2,5 per cento della popolazione tedesca ed è una realtà particolare: uno dei Länder più poveri dell’ex Germania orientale, segnato da deindustrializzazione, spopolamento, invecchiamento e dalla partenza di centinaia di migliaia di giovani. Una regione che, a più di trent’anni dalla riunificazione, continua in parte a sentirsi periferica, distante da Berlino e poco compresa dalla Germania occidentale.
Non è dunque “tutta la Germania”. Ma è certamente un segnale che riguarda l’intera Europa.
Sarebbe consolatorio spiegare il risultato soltanto con il razzismo, la nostalgia autoritaria o l’estremismo. Questi elementi esistono: la sezione regionale dell’AfD è classificata dai servizi di sicurezza tedeschi come organizzazione certamente estremista di destra. E il suo programma propone espulsioni di migranti, politiche identitarie, una scuola più selettiva, il rifiuto degli aiuti all’Ucraina e il riavvicinamento alla Russia di Putin.
Ma la condanna morale, da sola, non spiega perché quasi un elettore su due abbia scelto quel partito.
Il voto non è stato prodotto dall’astensione. Al contrario: la partecipazione è addirittura salita dal 60 al 78 per cento.
L’AfD ha riportato alle urne moltissimi non votanti e sottratto circa 83 mila elettori alla CDU. Ha raccolto il 61 per cento fra gli operai, la maggioranza fra gli uomini e percentuali altissime nelle fasce centrali d’età. Ha conquistato lavoratori, autonomi e settori del ceto medio impoverito o impaurito.
Soprattutto, il 55 per cento dei suoi elettori dichiara di averla votata per convinzione e soltanto il 35 per cento per protesta. La ribellione si sta trasformando in appartenenza; il risentimento in identità politica; la paura in consenso stabile.
Ulrich Siegmund, il leader locale di AdF, ha saputo raccogliere insicurezze reali e indirizzarle contro bersagli riconoscibili: gli immigrati, l’Europa, le élite di Berlino, le sanzioni alla Russia, la modernità che avrebbe dissolto famiglia, ordine e comunità. Ha accompagnato un programma radicale con un’immagine relativamente rassicurante, promettendo sicurezza, orgoglio nazionale e il ritorno a un passato idealizzato.
Non ha inventato le paure degli elettori. Le ha selezionate, ingigantite e trasformate in un’arma politica. È un meccanismo antico: quando le cause dei problemi sono complesse, il populismo offre colpevoli semplici.
Il risultato rappresenta pure una durissima sconfitta per il cancelliere Friedrich Merz. La CDU, dopo aver governato il Land per oltre vent’anni, è precipitata dal 37,1 al 17,2 per cento. Merz aveva promesso di dimezzare l’AfD, inseguendola sul terreno dell’immigrazione, dell’ordine e dell’identità nazionale. Ha ottenuto l’effetto contrario. Perché quando i partiti democratici adottano il linguaggio della destra radicale, raramente la indeboliscono: più spesso ne legittimano le domande e convincono gli elettori a scegliere l’originale.
Anche il “cordone sanitario”, pur necessario per impedire l’accesso al governo di forze dichiaratamente estremiste, non basta. Se diventa soltanto un accordo parlamentare fra partiti perceplvasi lontani e intercambiabili, rischia di alimentare il racconto vittimistico dell’AfD. La democrazia non si difende soltanto negli sbarramenti istituzionali: deve dimostrare di saper governare, ridurre le disuguaglianze e restituire dignità ai territori abbandonati.
È questa la domanda che dovrebbe porsi soprattutto la sinistra. Non basta dire agli operai, ai precari e agli abitanti delle periferie che hanno votato male. Occorre chiedersi perché non riconoscano più nella sinistra chi difende il loro lavoro, il salario, la sanità e il futuro dei figli. E bisogna tornare a spiegare, senza reticenze, che l’immigrazione va governata, ma che milioni di migranti svolgono lavori indispensabili e che ghettizzazione, sfruttamento e illegalità non si combattono alimentando l’odio.
La Sassonia-Anhalt è lontana dalla Toscana e sarebbe improprio sovrapporre realtà tanto diverse. Eppure qualche avvertimento arriva anche fino a noi. La Toscana ha avuto per decenni una forte identità politica e sociale, fondata sul lavoro, sui comuni, sull’associazionismo e sui servizi pubblici. Quella rete si è indebolita.
La provincia di Massa-Carrara conosce bene il sentirsi “periferia”: crisi industriali mai risolte, lavoro povero, sanità in affanno, collegamenti insufficienti, dissesto del territorio, giovani costretti a partire e promesse di rilancio ripetute per anni. Quando questi problemi non ricevono risposte, la sfiducia può trasformarsi prima in astensione e poi in disponibilità verso chi offre soluzioni drastiche e individua un nemico contro il quale indirizzare la rabbia.
Il pericolo non è che domani nasca sulle Apuane una copia dell’AfD. È che anche qui si consolidi l’idea che tutti i partiti siano uguali, che la democrazia non sappia cambiare nulla e che soltanto chi grida contro immigrati, Europa e istituzioni rappresenti il “popolo vero”.
Dovremmo dunque prestare molta attenzione alla lezione che ci viene dalla Sassonia-Anhalt. Una lezione semplice e temibile: quando la politica democratica abbandona le periferie, prima o poi qualcuno arriva a occuparle. E quasi mai lo fa per liberarle...











