
Massa, l’assurda morte di piazza Palma – Parlano Francesca Fialdini e Marco Rovelli
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Tra i tantissimi commenti, riflessioni, considerazioni sulla tragedia di piazza Palma, ne abbiamo scelti due.Sono di due persone sicuramente molto distanti fra loro: Francesca Fialdini e Marco Rovelli, e affrontano quanto successo da due punti di vista diversi. Quello di Fialdini è un commosso ricordo personale. Quello di Rovelli, un’ampia analisi “che non fa sconti”. Entrambi sono da leggere.
Francesca Fialdini: Ciao Giacomo, ragazzone sorridente
Francesca Fialdini, massese conduttrice televisiva, è stata compagna di scuola della vittima. Qui lo ricorda e invita a evitare altre violenze

Giacomo Bongiorni era un mio compagno di classe. Sapere che è morto a causa di una violenza degenerata, messa in atto da ragazzini è doppiamente doloroso.. Giacomo era un papà, e ha agito in quanto tale oltre che da cittadino. Mi chiedo ora dove siano i papà di quei ragazzi e anche dove siano gli altri cittadini, quelli che ci governano pensando che parlare di educazione emotiva a scuola non serva a nulla. Ma anche quelli che non mettono in piedi nessuna offerta alternativa credibile per i giovani, che oggi hanno evidentemente bisogno di altro per una socializzazione sana e rispettosa.
Ora però piango un compagno di giochi, un padre di famiglia, e anche un bambino – suo figlio – che ha visto tutto. Come città dovremmo stare vicino alla sua famiglia. Non con la rabbia della vendetta ma con la salda convinzione che questa tragedia debba trasformare le coscienze di questa comunità ferita. E impoverita.
Ciao Giacomo! Ragazzone sorridente.
Marco Rovelli: una società iper-narcisistica e la violenza come identità
Marco Rovelli, scrittore, insegnante, musicista e attento osservatore della “repubblica degli adolescenti” riflette qui sulle dinamiche sottostanti alla violenza nel mondo giovanile. Un intervento lungo ma da condividere

L’aggressione di un gruppo di adolescenti a un adulto che ne ha causato la morte in pieno centro città di Massa ha scosso tutti. Non è mancata ovviamente la cascata di commenti contro i figli dei migranti, finché si è saputo che si trattava di ragazzi tra i 16 e i 18 anni tutti figli di italiani. Venuto meno il mantra del rimandiamoli a casa loro, si è scatenato quello delle pene, fino a chi invoca la pena di morte. (E poi ci sono politici [non del centrodestra peraltro] il cui livello di analisi è che “i ragazzi sono sempre più soli persi nei loro telefonini”, e qui cascano le braccia). Parleremo di pene, certo, ma prima occorrerebbe comprendere la natura di questi fenomeni che ci appaiono sempre più rilevanti. Il centro città, riportano le cronache, vede sempre più rilevante la presenza “gruppi violenti di adolescenti” (così dovremmo chiamarli, ci dice Alfio Maggiolini, lo psicologo e psicoterapeuta dell’Istituto Minotauro di Milano, tra coloro che in Italia hanno la conoscenza più ampia in merito, e non gangs, ovvero gruppi organizzati gerarchicamente e orientati al controllo del territorio, trattandosi invece, solitamente, di gruppi non strutturati).
Si caratterizzano per violenza contro persone e cose, principalmente risse: se da molti anni assistiamo a una generale diminuzione dei reati minorili, l’eccezione sono appunto le risse, unico reato aumentato anche nell’anno del Covid.
Perché lo fanno? Per capirlo, occorre partire da quello che chiede un adolescente a un gruppo: senso di identità e di appartenenza.
Questo non vale, evidentemente, solo per quegli adolescenti che mettono in atto comportamenti violenti, ma per gli adolescenti tutti, riguardando quella che gli psicoanalisti definiscono il processo di soggettivazione, un processo fatto di separazione (ci si disidentifica dai modelli genitoriali) e individuazione (chi sono io?” è la domanda: ci si riconosce come soggetto portatore di specifici desideri, e così facendo si può individuare il proprio Sé).
Questo processo, oggi, avviene in un contesto assai diverso dal passato, il contesto di una società prestazionale, (iper)narcisistica, in cui generalizzata non è più la colpa ma la vergogna, in cui lo sguardo dell’altro – il Giudizio – tiene sotto scacco l’adolescente, sottoposto al confronto con gli altri, che sia lo sguardo giudicante dei pari o le attese soverchianti dei genitori o dell’immaginario sociale. E’ un contesto in cui l’adolescente è ipersensibile alla connessione con gli altri, sia nel male (sentire le ferite prodotte dal giudizio) sia nel bene (l’amicizia come protezione identitaria e come condivisione di ideali). La socialità adolescenziale è oggi più che mai caratterizzata dalla dimensione dell’orizzontalità, ovvero della relazionalità con i propri coetanei, con i pari, una questione talmente decisiva che lo psicologo e psicoterapeuta Fabio Vanni parla di una “repubblica degli adolescenti”: è una relazionalità orizzontale e gruppale, un mondo parallelo rispetto a quello in cui si gioca la relazione con gli adulti.
Ecco, è in questo contesto che occorre comprendere quei gruppi violenti di adolescenti: gruppi in cui la violenza dà appartenenza, riconoscibilità, identità, dove tutto questo manca: sono temuto, dunque sono qualcuno, e sono, finalmente, desiderato.
Qualche mese fa ho scritto una recensione per doppiozero sul libro “Non solo baby gang” di Alfio Maggiolini, ne riporto qualche estratto che ci aiuta capire quello che accade.
Nella “repubblica degli adolescenti”, i modelli di identificazione ricercati saranno sempre meno cercati e trovati nel mondo degli adulti e sempre più nel gruppo dei pari – sia quelli in carne e ossa, sia quelli del mondo social. “Oggi”, scrive Maggiolini, “sono gli stessi adolescenti a gestire i riti iniziatici, proponendo esperienze di coraggio, stati alterati di coscienza e stili d’abbigliamento che definiscono la loro nuova identità”. Si innesca un meccanismo che si propaga come un vero e proprio contagio, dove l’adolescente è spinto a uniformarsi agli altri membri del gruppo.
L’effetto di contagio è particolarmente evidente per i comportamenti violenti: “un comportamento antisociale è contagioso per definizione”. E’ una questione di evitamento della responsabilità personale (è colpa di tutti dunque non è colpa di nessuno, e ci sente liberi di fare ciò che da soli non si farebbe) e del senso di potenza che un gruppo trasmette, là dove fa valore assoluto il coraggio, che conduce a mettere in atto comportamenti rischiosi.
Il movimento delle bande giovanili è fortemente legato alle dinamiche sociali dell’esclusione, a fronte di una cultura di massa che vede nel successo individuale la fonte di ogni possibile desiderabilità. Nella società in cui ognuno è responsabile del proprio successo in quanto imprenditore di se stesso, chi è inserito in contesti sociali marginali, a rischio, tenderà a percepire, più che l’opportunità di quell’oceano di possibilità che la società promette e che i social mostrano ed esaltano, il limite che a lui lo vieta, la barriera che lo configura fin dall’inizio come un perdente, un loser, un escluso. Perciò sarà naturale per lui cercare altri piani dove competere, altri campi di gioco, legali o illegali non importa, l’essenziale sarà poter competere e vincere. Soprattutto vincere.
Vissuti traumatici, o di rabbia e fallimento accumulati nel corso dell’infanzia possono, nella costruzione del sé adolescenziale, portare a investire queste oggettive disparità sociali di forti proiezioni che, illusoriamente, perseguono la fantasia di riempire di valore il proprio Sé immaginando di poter svuotare l’Altro che ne è ingiustamente depositario.
Non ci si può limitare però al dato dell’esclusione sociale, per comprendere il fenomeno dei gruppi violenti adolescenti: non sono infatti pochi quelli che provengono da ambienti sociali e culturali molto diversi da quelli di chi si percepisce socialmente escluso, ragazzi che “si ritrovano a condividere a livello psicologico le stesse difficoltà della crescita, anche se possono avere una diversa condizione famigliare e sociale. Non vivono nelle case popolari, non hanno genitori in carcere, non hanno nulla delle storie che li renderebbero credibili in un video trap, ma sperimentano lo stesso vissuto di non avere le spalle coperte, di non potersi fidare di adulti che accompagnino la crescita, e di conseguenza di doversi affidare a un gruppo. Con l’avvio dell’adolescenza alcuni ragazzi sperimentano grosse ferite nell’ambito della socializzazione, soprattutto se sono stati molto protetti e si ritrovano a interfacciarsi in prima persona con un mondo di pari molto diverso da quello che è stato presentato loro negli anni dell’infanzia. Alcuni vivono esperienze di bullismo o comunque di prevaricazione, non riescono a trovare nella scuola un contenitore che sostenga i processi di crescita, sono essi stessi immersi nella cultura del divertimento e della visibilità a cui, paradossalmente, proprio i coetanei “maranza” sembrano indicare come accedere. Si è creato ormai un paradosso, per cui tra i preadolescenti i modelli ideali sono quelli rappresentati nei video trap, che invece di trasmettere un senso di disagio sociale, presentano un’immagine di forza, di qualcuno che anche grazie al gruppo non ha paura, è forte e capace di fare a meno dei genitori. Non solo nella musica, ma anche nell’abbigliamento i ragazzi svantaggiati diventano coetanei che sono nello stesso tempo temuti e idealizzati, da imitare negli atteggiamenti che assumono”. Essere temuti e idealizzati, dunque desiderati.









