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Massa calpesta la sua storia. E non lo sa. Non sa, o meglio ha dimenticato, che sotto piazza Mercurio c’è un vero e proprio tesoro archeologico, che racconta una storia antichissima della città. E ci cammina letteralmente sopra. Ignora che lì sotto ci sono i resti di un altro mondo: tracce di un abitato che risale all’epoca degli Etruschi, resti di una “fabbrica” di anfore di origine romana, vestigia di un villaggio sorto qualche secolo più tardi, nel periodo longobardo. E, ancora, tracce di un cimitero con annessa una chiesa bizantina; reperti di una “platea” per il mercato attorno risalente al XIII secolo.

La scoperta del mondo sotterraneo di Massa risale al 2011-2012, quando si aprirono i cantieri per la ri-pavimentazione di piazza Mazzini con i fondi Piuss: un finanziamento europeo – ricordiamo tra parentesi – che cambiò il volto del centro storico. Dai primi scavi venne fuori uno scheletro: ossa appartenenti a una persona giovane, forse risalenti alla Seconda Guerra, forse molto più antiche. Poi, cominciarono ad emergere i resti di origine etrusca, romana, longobarda: stratificazioni della civiltà massese. Insieme ai resti delle costruzioni furono ritrovati 1297 frammenti di anfore, oggetti di vita quotidiana, scarti di lavorazione, tombe, perfino materiali vegetali. Un giacimento storico-archeologico importantissimo e fino ad allora in buona parte sconosciuto. Il riemergere delle fornaci romane, in particolare, considerate fra le più grandi d’Italia, suscitò curiosità e interesse tra i massesi e nei media. Attorno agli scavi, gruppetti di curiosi seguivano il lavoro degli archeologi. Una vera sorpresa per la comunità massese. Ma anche per gli studiosi. Perchè quella scoperta ha retrodatato di quasi mille anni la nascita dei primi insediamenti nel territorio e ha svelato un passato ricco e florido fino ad allora quasi sconosciuto.
Qui si producevano le anfore destinate al trasporto di quel vino che Plinio ricorda come il migliore d’Etruria
Fabio Fabiani, docente di Archeologia Classica all’Università di Pisa
“Qui si producevano le anfore destinate al trasporto di quel vino che Plinio ricorda come il migliore d’Etruria e si fabbricavano materiali edilizi speciali e innovativi”, aveva dichiarato nel 2022 il professor Fabio Fabiani, docente di Archeologia Classica all’Università di Pisa, che si era occupato delle ricerche.
Dopo qualche mese, però, gli scavi vennero ricoperti. La fornace e tutto il resto furono di nuovo seppelliti, di nuovo resi invisibili. Come lo erano stati per oltre un millennio. A prima vista la soluzione di fare ri-sparire gli scavi apparve (e tuttora appare) un “delitto” culturale e storico: “Ma come, gli archeologi portano alla luce un simile tesoro e noi ci rimettiamo sopra un lastricato?” “Scopriamo il nostro Colosseo e lo nascondiamo a tutti?” In realtà, la decisione fu sostanzialmente riconosciuta come l’unica possibile. E fu presa con il consenso della Soprintendenza ai Beni Storici e Archeologici.
Mantenere allo scoperto questi resti sarebbe estremamente impegnativo e comporterebbe anche un intervento pesante sulle strutture emerse
Emanuela Paribeni, funzionaria della Soprintendenza dei Beni culturali
«Beh, è chiaro, la fruibilità di una scoperta come questa è fondamentale. La scelta, tuttavia, non è nostra ma dell’amministrazione, del sindaco in quanto “padrone di casa”. Noi diamo il nostro supporto tecnico conoscitivo e possiamo comunque dire che un intervento per mantenere allo scoperto questi resti sarebbe estremamente impegnativo e comporterebbe anche un intervento pesante sulle strutture emerse», spiegò la dottoressa Emanuela Paribeni, funzionaria della Soprintendenza dei Beni culturali di Lucca. E il sindaco, era allora Roberto Pucci, tolse ogni speranza a che pensava a soluzioni diverse e magari sognava uno sfruttamento a fini turistici degli scavi. «Sarà ben difficile con i tempi che corrono trovare finanziamenti per un percorso di valorizzazione», disse nelle settimane precedenti al ri-seppellimento. Ancora più decisa la posizione di Maria Letizia Gualandi, docente all’Università di Pisa e presidente del corso di laurea magistrale in Archeologia: “Non è giusto distruggere un contesto urbano (la piazza Mercurio di oggi ndr.) per sostituirlo con un non-contesto, rappresentato da una voragine in cui affiorano resti sbocconcellati di muri, incomprensibili e inesorabilmente destinati in poco tempo a riempirsi prima di erbacce e gatti randagi e poi di rifiuti” scrisse nella prefazione del libro “Archeologia a Massa, scavi all’ombra del Mercurio”.
Non è giusto distruggere il contesto urbano di piazza Mercurio per sostituirlo con una voragine con resti sbocconcellati di muri, destinati a riempirsi di erbacce e rifiuti”
Maria Letizia Gualandi, archeologa, Università di Pisa
E così i resti, ogni singolo reperto, vennero catalogati, studiati, fotografati e, quando possibile, prelevati e custoditi altrove. I manufatti non rimovibili, vennero protetti con accorgimenti studiati per resistere sottoterra. Poi, le ruspe fecero il loro lavoro, anche con una certa fretta. E il mondo sotterraneo di Massa tornò tale.
Non doveva finire così. In molti in quei giorni ripeterono che, almeno, la presenza di quegli scavi sarebbe stata testimoniata in forma più o meno virtuale “Oggi – diceva ancora la professoressa Gualandi – la tecnologia digitale consente di far vedere anche ciò che non è visibile. Permette di vedere quei monumenti com’erano in origine, come venivano usati, in quale paesaggio urbano erano inseriti”. Ora, vedere Pompei o i Fori su un video o dal vivo non è precisamente la stessa cosa. E, infatti, qualcuno provò a indicare una strada diversa.
Le soluzioni tecniche ci sono. Pensiamo a una copertura copertura con materiali trasparente che consenta di vedere dalla piazza la fornace”
Nicola Gallo architetto, oggi direttore del Museo delle Statue Stele.
«Le soluzioni tecniche ci sono. Pensiamo a una copertura aerea per proteggerli o alla copertura con un materiale trasparente che consenta di vedere dalla piazza la fornace», suggerì l’architetto Nicola Gallo, specialista di restauro di monumenti e oggi direttore del Museo delle Statue Stele di Pontremoli. Chiaramente la proposta di Gallo non venne accolta. In compenso venne annunciata – sempre con il consenso “scientifico” della Soprintendenza – la realizzazione di un museo dedicato al ritrovamento di piazza Mercurio.
Faremo un museo archeologico a palazzo Bourdillon”
Fabrizio Brizzi, in quegli anni assessore ai Lavori Pubblici
«Faremo un museo archeologico a palazzo Bourdillon» – disse l’assessore ai Lavori Pubblici di quegli anni Fabrizio Brizzi – “dove l’antica fornace sarà visibile, ma solo su supporti multimediali, e dove saranno esposti i frammenti e gli oggetti recuperati”. Si pensava a immagini in 3D, audiovisivi, percorsi museali per “non dimenticare” gli scavi repentinamente ri-sotterrati. Non il massimo, ma almeno sarebbe stato qualcosa. L’architetto Gallo provò a obiettare: «Una documentazione fatta di libri, animazioni virtuali ecc. è una doverosa azione di valorizzazione, ma niente di paragonabile alla visione diretta. Quanti turisti andrebbero a visitare un Colosseo solo virtuale?» Il problema è che quel futuribile museo non è mai nato: dopo i primi annunci, il nulla, l’oblio. I reperti sono tuttora invisibili e gli scavi sono tornati al buio, sottoterra. Sopra Gin-tonic, spritz e risse, sotto un mondo antichissimo.

L’architetto Nicola Gallo
