
Lucciole, rondini& C.: gli animali che scompaiono. In un silenzio che urla
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di Debora Bedini**
Ci sono animali sono sempre più presenti nei nostri territori: specie aliene (come le nutrie o le tartarughe) venute da lontano, e specie autoctone (come il lupo, o i piccioni), cioè “da sempre” fra noi ma che di recente hanno ampliato il proprio areale. Di questo abbiamo parlato in un precedente articolo: (https://www.primapaginamassacarrara.it/cronaca/2026/07/27/non-chiamateli-tutti-alieni-come-cambia-la-fauna-intorno-a-noi-spiegato-bene/). Ma osservare ciò che arriva è soltanto una parte della storia. Ce n’è un’altra, molto più silenziosa e difficile da raccontare: quella delle specie che, poco alla volta, stanno scomparendo, perché le assenze sono molto più difficili da cogliere delle novità.
Un silenzio che urla
Arriva la primavera e le rondini sul filo dell’alta tensione di fronte casa non sono tornate, sul muro del palazzo è rimasta soltanto l’impronta sbiadita del nido del balestruccio. Passano gli anni e non ricordiamo più quando abbiamo sentito il canto di un passero all’alba o osservato le lucciole accendere un prato nelle sere estive. Le assenze attirano molto meno la nostra attenzione delle novità. Eppure raccontano altrettanto bene lo stato di salute dell’ambiente. Non è soltanto una sensazione: anche le Liste Rosse italiane della IUCN (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura), che valutano il rischio di estinzione delle specie presenti nel nostro Paese, mostrano come diverse specie considerate comuni stiano attraversando una fase di declino.

Pesticidi, cemento, o anche una siepe tagliata. E gli animali se ne vanno
Nel mio lavoro di Naturalista, durante i monitoraggi faunistici, confronto i dati recenti con quelli raccolti in passato. A volte raggiungo un luogo aspettandomi di trovare una specie e, dopo tante campagne di ricerca, mi rendo conto che non c’è più. Non significa necessariamente che sia scomparsa per sempre. Può essersi spostata, può essere diventata più rara oppure sopravvivere soltanto in pochi ambienti ancora favorevoli. Ma è comunque un segnale che merita attenzione. Spesso, infatti, la scomparsa di una specie è la conseguenza della somma di tanti piccoli cambiamenti che, considerati singolarmente, sembrano insignificanti. Una siepe eliminata per ampliare un campo. Un fosso tombato. Un prato trasformato in parcheggio. Un vecchio edificio ristrutturato senza lasciare spazi per la nidificazione. L’uso di pesticidi che riduce drasticamente gli insetti di cui molti animali si nutrono e che avvelena l’ambiente. L’illuminazione notturna che altera i ritmi naturali di numerose specie.
Sono trasformazioni che avvengono lentamente e che, anno dopo anno, finiscono per sembrarci normali. Gli ecologi le descrivono con un termine inglese Shifting Baseline Syndrome, (letteralmente “sindrome dello spostamento della linea di riferimento”): ogni generazione finisce per considerare normale l’ambiente in cui è cresciuta, anche se nel frattempo è diventato più povero di specie e di habitat. Chi è nato cinquant’anni fa ricorda campagne ricche di rondini, passeri e invertebrati. Chi nasce oggi potrebbe pensare che l’attuale situazione sia sempre stata così, semplicemente perché non ha conosciuto quella precedente.
La memoria perduta e un habitat più povero
Succede perché conosciamo sempre meno la natura che ci circonda. Abbiamo pochi riferimenti sul passato: i monitoraggi ambientali sono relativamente recenti. Trascorriamo sempre meno tempo negli ambienti naturali e perdiamo, generazione dopo generazione, la memoria di come fosse davvero il nostro territorio. Ecco perché il monitoraggio della fauna è così importante. Non serve soltanto a compilare elenchi di specie, ma permette di seguire nel tempo l’evoluzione degli ecosistemi e intervenire quando è ancora possibile farlo.
La biodiversità non si misura soltanto contando i nuovi arrivi. Ci sono monitoraggi in cui il dato più importante non è ciò che trovi, ma ciò che ti aspettavi di trovare e non c’è più.

Mettiamo gli “occhiali del Naturalista”
La prossima volta che durante una passeggiata noteremo un animale insolito, continueremo a fermarci per fotografarlo, ma potremmo fare anche un altro esercizio: ascoltare, osservare ciò che ci circonda e chiederci quali canti o versi si sono spenti, quali voli sono diventati più rari e quali incontri appartengono ormai soltanto ai nostri ricordi di bambino.Perché la natura non cambia soltanto quando arriva qualcosa di nuovo. Cambia, spesso in modo molto più profondo, quando smettiamo di accorgerci di ciò che non c’è più. E quel silenzio urla, ma soltanto per chi ha imparato ad ascoltarlo.
Quello che vorrei fare con i miei articoli è invitarvi a indossare “gli occhiali del Naturalista”: osservare il territorio con uno sguardo diverso, imparando a cogliere quei dettagli che spesso passano inosservati e che raccontano molto della natura che ci circonda. https://www.primapaginamassacarrara.it/cronaca/2026/07/27/non-chiamateli-tutti-alieni-come-cambia-la-fauna-intorno-a-noi-spiegato-bene/
**Debora Bedini, carrarina, quarantenne, è una naturalista, una professionista che fa studi ambientali, progetta interventi naturalistici, fa monitoraggi sulle specie rare, e non, delle Apuane (anche sui tritoni di Cava Borella e sui mufloni sulle Apuane). Un’esperta, insomma, oltre che una appassionata della sua materia (e questo si capisce bene da ciò che scrive).










