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Avranno 20 anni, e diciotto. Saranno maggiorenni, guideranno l’auto. Ti saluteranno a malapena. Ecco cosa saranno i nostri figli quando, e se, l’Italia giocherà la prossima partita di un Mondiale.
E noi, non più ragazzi, navighiamo nel senso di colpa. Perché noi abbiamo visto la meravigliosa follia di Italia-Germania 4-3, i Mondiali di Argentina al gelo quando qui ci scottavamo al sole tra costume e infradito, Paolo Rossi e Pertini (“non ci prendono più”), i gol caravaggeschi di Roberto Baggio, gli occhi sgranati di Schillaci, il trionfo di Berlino 2006 col cuore dilaniato dalla felicità. Loro no, loro niente.
A loro sono vietate come da un sortilegio le pizzate in case troppo piene, gli abbracci con gli amici, le urla, le prime sigarette piene di tensione, le occhiate furtive alla ragazzina: tutto quello che il calcio porta con sé, lo stare insieme, la passione, l’impellente voglia di condividere, il tricolore sul terrazzo, il bagno notturno nelle fontane.
Banalità, sentimentalismo spicciolo applicato a un pallone? Possibile, certo, lo ammettiamo. Ma è un sentimento, di appartenenza e di rara fratellanza, che sostanzia la vita e che, i nostri figli, ancora non conoscono.
Abbiamo perso dalla Bosnia, squadra che forse vale il Lecce o la Cremonese, ma che corre, picchia, sogna spinta dalle sue sfortune, dalla divorante voglia di riscatto, dalla fame.
Noi, la fame, non l’abbiamo più da vent’anni, dalla notte di Berlino.
Noi abbiamo un campionato inguardabile dove ci sono squadre, Como e Udinese docet, con 21 stranieri in rosa su 22.
Gli italiani giovani, quelli bravi, non trovano posto e vanno altrove: non è un caso che ieri, poche ore prima dello scempio di Zelica, la Under 21 di Silvio Baldini (questo sì sarebbe un commissario tecnico) ha passeggiato in Svezia trascinata da un ragazzo, Koleosho, che gioca in Inghilterra perché qui non c’è posto.
Siamo vecchi, tristi, sfioriti come i nostri stadi. Il giocatore italiano, d’istinto, si volta spalle alla porta e passa la palla indietro perché sa di non avere tecnica: Palestra e Kean le uniche eccezioni.
E così siamo fuori dal Mondiale, così i nostri figli ripiegano su Sinner, su Kimi Antonelli, magari sul basket o sulle sporadiche imprese di rugby e baseball. Nessuna pizza, nessuna bandiera, nessuna ragazzina da sbirciare. E noi, che abbiamo goduto il meglio, ci sentiamo in colpa.