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Massa- Eccolo l’annuncio: Alessandro Giorgi, 87 anni, architetto, scultore, poeta visivo, vuole fare un dono alla città. Dona al Comune di Massa 70 sculture in marmo. 70. Condizione? Una sola, piccolissima: «Che non rimangano in un magazzino». Tradotto: «Io ve le regalo, il problema di dove metterle ve lo gestite voi».
Che generosità. Una sua celebrazione a spese della collettività. Perché il dettaglio che sfugge è che queste 70 opere di marmo, che evidentemente non è riuscito a piazzare, adesso stanno benissimo in un capannone di 700 mq in via Carducci. Non è un magazzino, è un capannone. È l’equivalente di 3 appartamenti. Vuoto. Suo. Eppure la soluzione «Trasformo questo capannone, oppure uso un’altra area – non crediamo che l’architetto Giorgi, che di aree se ne intende, abbia problemi in questo senso – per realizzare un Museo per la città. Tengo aperto io il mio museo privato e la città passa quando vuole» non è mai stata presa in considerazione. Troppo comodo, troppo semplice. Meglio scaricare la patata bollente in Comune.
Il Comune di Massa, lo ricordiamo, è lo stesso che «non ha un museo permanente degli artisti apuani» e che non riesce neppure a trovare un direttore che possa occuparsi del Museo Guadagnucci. Giusto. Non ha manco i soldi per aggiustare le buche, ma ora deve trovare pareti, assicurazioni, sorveglianza e climatizzazione per 70 marmi. Gratis, eh. Il regalo è di Giorgi. Le spese no.
A Massa il “Giocoliere” di Giorgi è già alla Stazione. Sì, proprio lì. Quella Stazione dove ora stanno piazzando la Casa della Salute tra un corteo di lamentele e l’altro. Pensate che bello se avessero invece usato quell’area per il museo diffuso richiesto da Giorgi: una sua opera è già lì, i flussi di gente ci sono già. Bastava dire: «Sindaco, dimentichi la Casa della Salute, mi faccia un parco sculture. Io ci metto le altre 70, lei e la Asl, i dottori li mettete in un’area più adeguata. Tutti contenti».
Ma no. Proporre spazi suoi? Offrire 700 mq per un “museo a cielo aperto”? Macché. Meglio la lettera al Comune. Morale: lui dona, la città paga. Lui firma, il sindaco si arrangia. Lui è lo scultore, noi siamo i facchini. Le sculture intanto stanno bene dove stanno. Al caldo.