La “scomparsa” della crisi climatica: il green non è più di moda

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C’era una volta un mondo in cui tutto era verde, anzi “green”. Un mondo in cui ogni cosa, si trattasse di auto o di detersivi, di abiti o di energia, di cosmetici o di merendine, era “ambientalmente corretta”. Era il mondo della pubblicità. Le merci erano tutte sostenibili, riciclabili, a ridotto impatto, amiche degli alberi, dell’aria o dei mari. Tutti i marchi impiegavano materiali riciclati o riciclabili, contribuivano salvare l’Amazzonia, la barriera corallina, il Panda gigante. Ogni cosa era sempre ecologica, eco-friendly, eco-compatibile, eco-qualcosa. Niente più inquinava; persino i carburanti sembravano diventati puliti, neanche fossero acqua di colonia.

Ora non più. Nella pubblicità di oggi, nell’anno dell’estate più calda di sempre, dell’innalzamento record della temperatura globale, l’attenzione all’ambiente è, in pratica, scomparsa.

Vero, quello era in grandissima parte “greenwashing”, una strategia comunicativa per verniciare di verde prodotti, servizi o attività che in realtà avevano (e hanno) un impatto negativo sull’ambiente. Però, era anche un segnale della centralità del tema, di cui l’advertising non poteva non tenere conto.

Oggi è tutto cambiato. Il climate change quello non è svanito, anzi è accelerato, ma l’attenzione all’ambiente è progressivamente sparita, e nono solo nell’informazione pubblicitaria, anche nell’informazione tout- court.

Secondo un rapporto dell’Osservatorio di Pavia per Greenpeace, dal 2022 al 2025 le notizie dedicate alla crisi climatica sono diminuite del 26% nei quotidiani italiani e del 53% nei tg della sera delle principali reti televisive (Mediaset, Rai, La 7). Certo, di notizie su ondate di calore, inondazioni, scioglimento di ghiacciai, incendi apocalittici, siccità, i media sono pieni. Tuttavia, su oltre 250mila articoli che tra il giugno e l’agosto 2026 hanno parlato di eventi climatici estremi, solo il 15% riconduce esplicitamente l’aumento di quei fenomeni al cambiamento climatico; e soltanto l’1,3% menziona i combustibili fossili fra le cause (dati ricavati dal think thank Ecco ecoclimate.org.)

Intanto, la questione della crisi climatica è scesa in secondo piano anche nell’agenda della politica. Della politica del centrosinistra, intendiamo (anche perché la destra è ormai su posizioni negazioniste). Provate a seguire (se avete ancora il fegato) un qualsiasi talk televisivo, sforzatevi di leggere articoli e documenti sui programmi politici del futuribile campo largo: la lotta al cambiamento climatico, la necessità di accelerare la transizione energetica (in pratica, lo stop ai combustibili fossili) arriva sempre in fondo, quando arriva. Un accenno, un riferimento appena, forse per tenere buoni gli ambientalisti, e via.
Citiamo, per tutti, un articolo del Manifesto di domenica 18 ottobre: “…Schlein ha disegnato la campagna elettorale che parlerà di diritti, sanità, scuola e welfare. Insisterà anche sui temi della pace e contro il riarmo”. E il clima?

Insomma: mentre il climate changhe avanza, politica, media e pubblicità guardano altrove. C’è qualcosa che non quadra.

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Claudio Figaia
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