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Spunti e riflessioni legate alle dinamiche del branco. Le parole del psicopedagogista Fabio Bernieri
Sull’aggressione omicida di piazza Palma a Massa in cui è stato ucciso Giacomo Bongiorni, 47 anni, riceviamo da Fabio Bernieri, psicopedagogista, ex assessore al Sociale (con la giunta Fazzi Contigli, 1992-94) un’articolata analisi sulla violenza giovanile, accompagnata da alcune proposte “per uscirne”. Eccola.
La violenza di gruppo e la dissoluzione del legame sociale a Massa (e non solo)
Questo episodio non è una devianza patologica, né l’esito di una casuale escalation emotiva. È il sintomo di un vuoto strutturale, sociale e simbolico, che investe la transizione adolescenziale, la formazione alla socialità, l’architettura culturale della competizione e l’abbandono della funzione educativa dello Stato e di tutte le Istituzioni ad ogni livello. E non coinvolge solo Massa, in quanto amministrazione comunale, ma tutte le città della nostra provincia, compresa Carrara.
Veramente fuorviante da questo punto di vista risulta la distinzione artificiosa tra comuni di “destra” e comuni di “sinistra”: nella mancanza assoluta di pensiero generativo, di proposte e di approcci alle tematiche sociali sono assolutamente equiparabili e indistinguibili. Di fronte a un fatto di sangue che lascia senza parole, il compito delle Scienze sociali e della Politica non è limitarsi alla condanna morale, bensì interrogare i meccanismi profondi che hanno reso possibile l’impossibile. Proviamo a farlo, punto per punto, e a intravedere una via d’uscita.
Il buco nero della transizione: adolescenti senza riti di passaggio
Nelle società tribali, il passaggio dall’adolescenza all’età adulta non è un evento privato e silenzioso, bensì un processo collettivo scandito da riti di iniziazione.
L’etnologo Arnold Van Gennep, nel suo I riti di passaggio (1909), ha mostrato come questi rituali seguano una struttura tripartita universale: separazione (séparation), margine o fase liminale (marge), aggregazione (agrégation).
Nella fase liminale, l’iniziato è sospeso tra due status, privo delle tutele precedenti e non ancora in possesso dei diritti adulti: è vulnerabile, esposto a prove e insegnamenti, e proprio per questo viene trasformato.
Victor Turner ha ulteriormente sviluppato questo concetto, mostrando come la condizione liminale generi communitas — un legame orizzontale e anti-strutturale tra gli iniziati — e come i riti di iniziazione costituiscano il principale meccanismo con cui le società tradizionali incanalano l’energia pulsionale dell’adolescenza verso finalità socialmente riconosciute.
Non esiste alcun rito collettivo, riconosciuto e sostenuto dalla comunità, che segni simbolicamente il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
Victor Turner
Nella nostra società, questo dispositivo è completamente assente. Non esiste alcun rito collettivo, riconosciuto e sostenuto dalla comunità, che segni simbolicamente il passaggio dall’adolescenza all’età adulta.
La transizione viene affidata all’iniziativa individuale: ai percorsi scolastici frammentati, all’ingresso precario nel mercato del lavoro, a esperienze di socialità notturna prive di qualsiasi cornice simbolica o educativa.
Il gruppo di giovani che ha ucciso Giacomo Bongiorni (come tutte le aggregazioni giovanili tipo Marina di Carrara) agiva in una condizione di liminalità permanente: né più bambini, né ancora adulti integrati in una comunità che li riconosca e li chiami alla responsabilità.
L’assenza di un passaggio istituito non genera autonomia, bensì una sospensione senza fine, in cui l’aggressività non trova canali di elaborazione collettiva e può esplodere in forme distruttive.
L’educazione negata: spazi di pensiero, gestione delle emozioni e mediazione dei conflitti
Se non esistono riti di passaggio, nemmeno esistono luoghi e tempi deputati all’apprendimento della gestione delle emozioni e della mediazione dei conflitti.
La scuola, che dovrebbe essere il laboratorio sociale per eccellenza, è oggi prevalentemente orientata alla trasmissione di contenuti cognitivi e alla valutazione performativa, mentre l’educazione emotiva e relazionale resta un’appendice marginale, affidata alla buona volontà di singoli docenti o a progetti sporadici.
Come sottolinea Rosanna Schiralli nel suo Adolescenti. Ferrari senza freni. Come aiutarli a crescere (2024) i ragazzi di oggi «faticano a riconoscere ciò che li entusiasma, non tollerano la frustrazione e cercano sollievo immediato nel comportamento impulsivo».
La metafora da lei utilizzata è efficace: una Ferrari potentissima senza freni. I freni — vale a dire la capacità di tollerare la frustrazione, di ritardare la gratificazione, di negoziare un conflitto invece di risolverlo con la forza — non sono innati: si costruiscono attraverso l’educazione emotiva, che non coincide con il semplice «parlare di emozioni», ma con un vero e proprio processo di costruzione del cervello emotivo.
I programmi di mediazione dei conflitti in ambito scolastico esistono (peer mediation, classi riparative, formazione all’ascolto empatico e alla comunicazione nonviolenta), ma restano episodici, privi di sistematicità e di una cornice nazionale di obbligatorietà curricolare.
La gestione della rabbia, il riconoscimento delle proprie emozioni, l’acquisizione di strategie alternative alla risposta violenta non possono essere lasciati all’improvvisazione familiare o alla casualità degli incontri. Servono spazi strutturati […]
Rosanna Schiralli
La gestione della rabbia, il riconoscimento delle proprie emozioni, l’acquisizione di strategie alternative alla risposta violenta non possono essere lasciati all’improvvisazione familiare o alla casualità degli incontri. Servono spazi strutturati, continui nel tempo, che inizino dalla prima infanzia e proseguano lungo tutto l’arco della formazione.
Il gruppo di Massa (come tutti gli atri gruppi di giovani in provincia) non ha mai incontrato un’aula di mediazione, non ha mai imparato a trasformare un conflitto in una negoziazione, non ha mai sperimentato che il dialogo può essere più efficace e meno costoso della violenza.
L’orizzonte culturale del conflitto: quando l’aggressività diventa l’unico linguaggio
Viviamo in un contesto culturale e narrativo in cui la soluzione dei contrasti viene quasi esclusivamente rappresentata come conflitto — armato, disarmato, ma sempre aggressivo.
I talk show televisivi si reggono sulle interruzioni, le urla e la polarizzazione; l’informazione amplifica lo scontro come cifra dominante della vita politica e sociale;
Rosanna Schiralli
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La sociologia della violenza ha ampiamente documentato come i comportamenti aggressivi non siano semplicemente il frutto di pulsioni innate, ma anche il prodotto di un apprendimento sociale e di una normalizzazione culturale.
I talk show televisivi si reggono sulle interruzioni, le urla e la polarizzazione; l’informazione amplifica lo scontro come cifra dominante della vita politica e sociale; la pubblicità, i videogiochi, i reels e persino molti cartoni animati diffondono estetiche aggressive e soluzioni violente ai problemi.
La sociologia della violenza ha ampiamente documentato come i comportamenti aggressivi non siano semplicemente il frutto di pulsioni innate, ma anche il prodotto di un apprendimento sociale e di una normalizzazione culturale.
Quando l’unico modello comunicativo che un ragazzo incontra — dalla televisione ai social media, dalla politica alla cronaca quotidiana — è quello della contrapposizione frontale, della vittimizzazione dell’avversario e della soluzione rapida attraverso la sopraffazione, l’interiorizzazione di questo schema diventa inevitabile.
Il gruppo che ha aggredito Giacomo Bongiorni non ha esitato un istante: al richiamo verbale (peraltro educato e non minaccioso) ha risposto con un’aggressione fisica immediata e indiscriminata.
Non c’è stata mediazione, non c’è stata contrattazione, non c’è stata nemmeno una minaccia preliminare. La sequenza è lineare: rimprovero → violenza.
È l’esito di un copione culturale in cui il conflitto non viene mai rappresentato come un’opportunità di confronto e di crescita, bensì come una resa dei conti da risolvere con la forza.
La sociologia contemporanea parla di desensibilizzazione: l’esposizione ripetuta a rappresentazioni violente erode la soglia di inibizione e rende l’aggressività una risposta automatica e culturalmente legittimata.
La competizione come unico valore: chi perde, aggredisce
Il capitalismo contemporaneo, nella sua fase neoliberale, ha elevato la competizione a principio regolativo non solo dell’economia, ma dell’intera esistenza sociale.
Il sociologo Zygmunt Bauman ha descritto la modernità liquida come un’epoca in cui i legami sociali si indeboliscono, le identità diventano fluide e provvisorie, e la libertà individuale — priva di cornici protettive — genera un’insicurezza paralizzante.
In un mondo in cui «tutto è momentaneo, fluido, cangiante, ambiguo, precario», l’individuo è costantemente esposto al confronto e alla valutazione: devi essere bello, ricco, popolare, performante. Chi non «ce la fa» — o anche solo percepisce di non farcela — viene socialmente sancito come sconfitto, e la frustrazione che ne deriva alimenta aggressività e risentimento.
Christopher Lasch ne La cultura del narcisismo (1979), ha anticipato molti di questi temi, mostrando come la progressiva erosione dell’etica del lavoro e della fiducia nel progresso collettivo abbia prodotto individui ripiegati su sé stessi, ossessionati dall’immagine e dall’affermazione personale, ma privi di strumenti relazionali autentici.
Si compete per l’attenzione, per lo status, per il riconoscimento sociale
Christopher Lasch
La competizione non è più un meccanismo allocativo limitato a determinati ambiti (lo sport, il mercato), ma diventa un orizzonte totalizzante: si compete per l’attenzione, per lo status, per il riconoscimento sociale. E in questo schema, l’aggressività non è un incidente di percorso, bensì una risorsa: serve a intimidire, a sopraffare, a marcare il territorio.
Il gruppo che ha picchiato a morte un uomo per un rimprovero non difendeva nulla di materialmente rilevante: difendeva la propria immagine, il proprio onore istantaneo, la propria posizione in una gerarchia informale e brutale. La violenza era l’unica risposta a una ferita narcisistica — una ferita che in una società meno competitiva e più solidale potrebbe essere elaborata diversamente.
La dinamica dei gruppi: Signore delle mosche e Assunti di base
Le scienze psicosociali ci offrono strumenti preziosi per comprendere ciò che accade quando un gruppo di adolescenti o giovani adulti agisce senza la presenza regolatrice di figure adulte o di istituzioni.
Il romanzo Il signore delle mosche di William Golding (1954) descrive in forma narrativa ciò che la psicologia sociale ha successivamente formalizzato: l’isolamento, l’assenza di struttura e la paura possono rapidamente trasformare un gruppo di ragazzini in una banda violenta, dominata da dinamiche arcaiche di capro espiatorio, sopraffazione e crudeltà rituale.
l’isolamento, l’assenza di struttura e la paura possono rapidamente trasformare un gruppo di ragazzini in una banda violenta, dominata da dinamiche arcaiche di capro espiatorio, sopraffazione e crudeltà rituale
William Golding
Golding non sosteneva che gli esseri umani siano intrinsecamente malvagi, ma che la civiltà — intesa come insieme di norme, istituzioni e riti condivisi — sia l’unico argine contro la regressione pulsionale. Quando quell’argine crolla, emergono gli strati più profondi e meno socializzati della psiche.
Wilfred Bion, psichiatra e psicoanalista britannico, ha fornito una descrizione teorica di questi fenomeni in Esperienze nei gruppi (1961).
Bion distingue tra il gruppo di lavoro, orientato razionalmente al compito, e il gruppo in assunto di base, in cui i membri regrediscono collettivamente a modalità emotive arcaiche. Bion identifica tre assunti di base fondamentali: dipendenza (il gruppo cerca un leader onnipotente che lo protegga), attacco-fuga (il gruppo reagisce a una minaccia percepita con aggressività o fuga) e accoppiamento (il gruppo ripone la propria speranza in un’idea o in un leader futuro).
Nel caso di Massa, il gruppo che ha aggredito Giacomo Bongiorni sembra aver agito in uno stato di assunto di base di tipo attacco-fuga: la minima minaccia percepita (un semplice richiamo verbale) ha innescato una risposta sproporzionata, automatica e collettiva, in cui ogni singolo membro era trascinato dalla mentalità di gruppo — quella che Bion definisce come un «serbatoio in cui confluiscono gli apporti, costituiti di impulsi e desideri, dei vari membri».
L’adolescenza e la giovinezza non fanno eccezione: anzi, sono le fasi della vita in cui l’identità individuale è più fragile e la pressione all’omologazione gruppale più intensa. Senza adulti che interrompano la dinamica, senza istituzioni che forniscano un argine simbolico, il gruppo può rapidamente trasformarsi in una macchina di violenza.
L’assenza dello Stato e delle Istituzioni: il fallimento dell’ente educatore e motivatore
Di fronte a tragedie come quella di Massa, la risposta istituzionale immediata è quasi sempre repressiva e restrittiva: chiusura anticipata dei locali, divieto di vendita di bevande in vetro dopo le 22, intensificazione dei controlli di polizia.
Misure necessarie, forse, ma del tutto insufficienti perché agiscono sugli effetti, non sulle cause. Il problema di fondo è l’assenza dello Stato non come ente regolatore repressivo, bensì come ente educatore e motivatore.
Lo Stato come res publica — la cosa pubblica, la politica con la P maiuscola — ha abdicato alla propria funzione di costruzione di comunità educante.
Lo Stato come res publica — la cosa pubblica, la politica con la P maiuscola — ha abdicato alla propria funzione di costruzione di comunità educante. Né la scuola, né gli Assessorati al Sociale né il sistema sanitario della Salute Mentale sono impegnati in uno sforzo sinergico e sistematico di riflessione comparata, capace di coinvolgere l’intera popolazione in un ripensamento profondo del vivere in comunità.
Le Asl , compresa quella nostra, sono poverissime di idee e iniziative; gli sportelli per il disagio giovanile sono luoghi distanti e non desiderabili dai giovani.
Questa assenza si traduce in una povertà educativa diffusa, che investe in particolare i giovani provenienti da contesti svantaggiati, ma non solo: anche i ragazzi che dispongono di risorse materiali possono essere privi di strumenti emotivi e relazionali adeguati.
Il concetto di comunità educante, elaborato a partire dagli anni Settanta e ripreso recentemente in molte riflessioni pedagogiche, sottolinea che l’educazione non può essere delegata esclusivamente alla famiglia e alla scuola, ma deve coinvolgere l’intero tessuto sociale: associazioni, luoghi di aggregazione, servizi pubblici, spazi informali. Nulla di tutto ciò, nel caso di Massa, sembra aver funzionato.
Ancora più drammatico è il fatto che, dopo l’accaduto, l’unica arena di riflessione collettiva a disposizione siano stati i social media. Piattaforme che, per loro natura, tendono a esaltare il narcisismo autoreferenziale, la polarizzazione, l’indignazione istantanea e la semplificazione binaria, senza offrire vere e proprie occasioni di confronto faccia a faccia, di ascolto reciproco e di elaborazione comunitaria del lutto e del senso di colpa collettivo.
Lo spazio pubblico — la piazza, il centro sociale, l’assemblea di quartiere, il dibattito pubblico moderato — è stato sostituito da timeline algoritmiche che frammentano l’attenzione e amplificano le voci più radicali.
Non esiste un luogo fisico, istituito e protetto, in cui la comunità possa incontrarsi per chiedersi: come abbiamo potuto permettere che accadesse? Cosa dobbiamo cambiare nelle nostre pratiche educative, nelle nostre politiche giovanili, nella nostra vita quotidiana?
Una proposta di uscita: ricostruire il legame sociale attraverso riti, spazi e istituzioni
La sensazione di impotenza collettiva che accompagna episodi come quello di Massa è comprensibile, ma non può essere l’ultima parola. Le scienze sociali, se prese sul serio, offrono indicazioni precise per uscire da questa spirale.
Proviamo a tracciare alcune direzioni.
Giacomo Bongiorni è morto perché un gruppo di giovani — probabilmente nemmeno cattivi, nel senso ordinario del termine — non aveva a disposizione alcuno strumento culturale, relazionale o istituzionale per gestire un conflitto minimo se non attraverso la violenza.
L’assenza di riti di passaggio, di educazione emotiva, di spazi di confronto, di una narrativa cooperativa, di una presenza educativa dello Stato ha trasformato un rimprovero in un omicidio.
Possiamo continuare a reagire con ordinanze restrittive e indignazione sui social, oppure possiamo accettare la sfida più difficile: ricostruire, lentamente e faticosamente, quel tessuto di legami sociali, simbolici e istituzionali che rende la violenza l’eccezione e non la regola.
La scienza sociale ci dice che è possibile. Manca solo la volontà collettiva e politica di farlo.
Fabio Bernieri