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C’è un momento in cui il tifo smette di essere espressione popolare e diventa sintomo. Non più passione, ma rappresentazione di un vuoto: culturale, civile, persino politico. È in questo passaggio che alcune curve ultras – soprattutto quando si saldano a immaginari e codici dell’estrema destra – smettono di raccontare una città e iniziano, invece, a denunciarne il degrado.
Gli scontri legati agli ultras della Massese e l’arresto, avvenuto oggi, di due appartenenti a quell’area non sono soltanto fatti di cronaca. Sono la fotografia di un equilibrio spezzato. Perché quando la violenza diventa linguaggio organizzato, reiterato, quasi rivendicato, significa che ha trovato terreno fertile. E il terreno fertile, inevitabilmente, è la città stessa.
Qui si impone una riflessione meno indulgente e più scomoda. Per troppo tempo si è preferito leggere queste dinamiche come folklore esasperato, come eccesso di passione sportiva. Ma la realtà è più dura: siamo di fronte a forme di identità costruite sulla contrapposizione, sull’esclusione, su una retorica della forza che trova nell’estrema destra un riferimento simbolico e politico. Non è un caso. È una scelta.
E ogni scelta collettiva, anche quando non viene dichiarata, dice qualcosa sul livello di maturità di una comunità.
La violenza non genera appartenenza: la sostituisce. Non costruisce legami: li corrode. È un dispositivo di semplificazione brutale, che riduce la complessità sociale a uno schema elementare fatto di amici e nemici, dentro e fuori, puro e impuro. Quando questo schema attecchisce, il degrado non è più soltanto urbano o economico: diventa culturale. Diventa un modo di stare al mondo.
È qui che la polemica diventa necessaria. Perché una città che si limita a indignarsi a posteriori, senza interrogarsi sulle radici di questi fenomeni, finisce per esserne complice. Il silenzio, l’indifferenza, la tolleranza implicita sono forme di legittimazione. E ogni volta che si minimizza, si arretra un passo nella difesa dello spazio pubblico come luogo di convivenza civile.
Il punto politico, allora, è netto: non esiste neutralità di fronte a questi fenomeni. O si lavora per ricostruire un tessuto sociale fondato su inclusione, responsabilità e cultura democratica, oppure si accetta – magari senza dirlo – che la violenza diventi uno dei linguaggi legittimi della città.
Il coraggio, oggi, è tutto qui. Non nella forza ostentata di una curva, ma nella capacità collettiva di rifiutare quella rappresentazione. Di riconoscere che ciò che appare come identità è, in realtà, una forma di decadenza. E che ogni atto violento non è mai isolato, ma contribuisce a disegnare il profilo morale di una comunità.
Se quel profilo si incupisce, non è mai per caso. È perché, a un certo punto, si è scelto di non vedere.