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Addio ad Alvise Lazzareschi: la scomparsa del "cavatore scrittore" che spiegò al mondo l'anima di Carrara
Se n’è andato un pezzo autentico della Carrara del marmo, di quella pietra vissuta non come semplice business, ma come destino, cultura e radici profonde. Alvise Lazzareschi, scomparso all’età di 68 anni dopo aver lottato contro una malattia, non era semplicemente un titolare di cave: era, come amava definirsi lui stesso con orgoglio, un “cavatore scrittore”.

Discendente di storiche famiglie legate indissolubilmente alle montagne apuane (i Fabbricotti e i Cattani), Lazzareschi ha guidato le omonime “Cave Lazzareschi” (tra cui la Cava Olmo e la Cava Z), trasformandole in un punto di riferimento non solo estrattivo, ma anche culturale e formativo, spesso aprendo le porte del monte ad architetti, designer e studiosi per mostrare “le radici della materia”.
Colonnatese doc, Lazzareschi è riuscito in un’impresa rara: portare l’eco delle cave fuori dai confini locali attraverso la letteratura. Con il suo romanzo autobiografico “La casa del colonnello” (edito da Rizzoli), ha dipinto un affresco poetico e veritiero del passaggio della lavorazione del marmo dall’era preindustriale e manuale — fatta di lizzature e fatiche immani — a quella moderna e tecnologica. Nei suoi scritti e nei suoi incontri pubblici, amava ironicamente quantificare la vita “a tonnellate”, senza mai dimenticare il rispetto e il timore reverenziale per la montagna.
Ci sono uomini che non si limitano a vivere un territorio, ma ne diventano l’espressione stessa, la voce e la memoria. La scomparsa di Alvise Lazzareschi lascia un vuoto immenso non solo nel comparto lapideo di Carrara, ma in tutto il panorama culturale legato alla Versilia e alle Alpi Apuane.
Lazzareschi era l’incarnazione del perfetto legame tra tradizione e modernità. Nato e cresciuto tra i blocchi di Bianco e di Statuario, portava nel DNA la storia delle grandi famiglie dinastiche del marmo. Eppure, nonostante la guida di aziende strutturate, l’abito che sentiva più suo era la camicia da lavoro del monte. “Io sono un cavatore, e non ho memoria di un mio antenato che facesse un lavoro diverso”, ripeteva spesso, rivendicando con fierezza un’identità indissolubile.

Ma Alvise aveva anche il dono raro di saper ascoltare la montagna e di saperla raccontare. Attraverso le pagine dei suoi libri, ha svelato al grande pubblico l’essenza intima di un mestiere antico, sospeso tra il bianco accecante delle pareti di roccia e la polvere. Ha saputo descrivere la metamorfosi tecnologica del lavoro estrattivo, sottolineando come l’innovazione avesse alleviato la fatica fisica, senza però mai cancellare quel primordiale fattore di pericolo e quella necessità di “buon senso” che il rapporto con la montagna impone.
Con lui se ne va un testimone lucido, un custode di aneddoti, un imprenditore illuminato che ha saputo nobilitare il marmo non solo come prodotto d’eccellenza, ma come un racconto collettivo fatto di uomini, sacrifici e bellezza eterna. Carrara e la sua comunità perdono una delle sue firme più originali e autentiche.