
Farmoplant e Seveso: disastri simili, finale diverso
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Trentotto anni fa, era il 17 luglio 1988, ci fu l’esplosione della Farmoplant. Il giorno della grande nube tossica, il giorno della paura, della gente in fuga, della rabbia contro le fabbriche dei veleni. (leggi anche: https://www.primapaginamassacarrara.it/ambiente/2026/07/17/17-luglio-1988-17-luglio-2026-38-anni-fa-lincidente-alla-farmoplant/)
Cinquant’anni fa, era il 10 luglio 1976, un’altra nube tossica si alzava, stavolta sui cieli di Seveso. Era l’incendio del reattore dell’Icmesa, che sprigionò diossina Tcdd, una delle sostanze chimiche più tossiche mai sintetizzate. Furono anche quelli giorni di paura, di gente evacuata, di polemiche, di allarmi sanitari.
Il disastro di Seveso fu, per dimensioni e conseguenze, peggiore di quello di Massa (non a caso nei giorni scorsi il presidente Sergio Mattarella è andato a commemorare il 50esimo anniversario di quella catastrofe). Entrambi gli episodi, tuttavia, segnarono profondamente il territorio e la comunità che li subirono.
Oggi a Seveso, nell’area una volta occupata da Icmesa c’è una grande area verde protetta, il parco naturale Bosco delle Querce. 43 ettari di querce, pini, prati, laghetti, percorsi pedonali.
A Massa, invece, l’area che era occupata dalla Farmoplant è ancora oggi in gran parte da bonificare; la falda acquifera è ancora inquinata dai veleni di allora.
Due storie drammaticamente simili, con finale diverso. Là, rinaturalizzazione dell’ambiente, alberi e verde. Qui, incredibili ritardi e veleni tuttora nascosti nei terreni.
Forse dovremmo rifletterci sopra.
La storia del referendum sulla fabbrica dei veleni
Così come, forse, dovremmo tornare a riflettere su ciò che accadde alcuni mesi prima dell’esplosione del reattore del Rogor e su quel che successe il giorno dopo l’esplosione. Era il 25 ottobre 1987 e nei comuni di Massa, Carrara e Montignoso si tenne il Referendum sulla Farmoplant. Fu il primo referendum consultivo in Italia e forse in Europa su temi ambientali. La consultazione venne decisa dai Comuni sulla spinta di una mobilitazione crescente contro le aziende inquinanti della zona industriali di Massa. I movimenti di lotta per la salute, tra i quali un ruolo importante lo aveva Medicina Democratica, chiedevano una sola cosa: la chiusura dello stabilimento. Ma c’era un fronte contrario che andava dal Partito Comunista alla Democrazia Cristiana passando per Pri, Pli, per comprendere anche tutti i tre sindacati confederali, Cgil, Cisl e Uil; e il vescovo (si chiamava Bruno Tommasi). Non volevano la chiusura della Farmoplant, perché, dicevano, “ci sono in gioco centinaia di posti di lavoro”. Un “campo largo” che chiese e ottenne di inserire nel referendum una seconda proposta. Così i cittadini furono chiamati a votare su due quesiti. Il primo, quesito A, sostenuto dai movimenti di lotta per la salute (ma anche Psi e Msi erano su queste posizioni) diceva:
“Sei favorevole alla chiusura, lo smantellamento e la bonifica degli stabilimenti Farmoplant (compreso l’inceneritore [Lurgi]) del polo chimico per un’alternativa di sviluppo che punti alla valorizzazione delle risorse del territorio?”
Il quesito B, proposto dalle istituzioni e dai sindacati recitava invece:
“Sei favorevole alla trasformazione e alla diversificazione produttiva dello stabilimento Farmoplant di Massa (386 dipendenti e circa 200 occupati nelle lavorazioni indotte) a fronte degli impegni, certi e verificabili da parte della Farmoplant rispetto al documento di intenti presentato dall’ente locale, con superamento delle produzioni a rischio, nella prospettiva di uno sviluppo compatibile con l’ambiente e la salute dei cittadini e basato sulla valorizzazione delle risorse del territorio?” Un concentrato di politichese e sindacalese, per dire: la Farmoplant non deve chiudere, bisogna trattare, mediare.
Il risultato del referendum fu una clamorosa disfatta delle posizioni di partiti e sindacati. Il 71,69% dei votanti votarono per il quesito A; il 28,39% sostennero il quesito B (l’affluenza al voto fu altissima: del 74,85%). Ma la schiacciante vittoria del quesito A non fu sufficiente. Farmpolant, grazie anche a un ricorso al Tar, continuò la produzione di Rogor e altre sostanze tossiche. Fino all’esplosione del 17 luglio 1988.
Quelle cariche in piazza Aranci…
L’altro episodio risale al giorno successivo alla nube tossica, quando centinaia di persone riempirono piazza Aranci, davanti alla Prefettura dove si stava svolgendo un vertice con i ministri Enrico Ferri, Giorgio Ruffolo e Vito Lattanzio. Una manifestazione pacifica ma piena di rabbia. La polizia, però, usò le maniere forti: per proteggere l’uscita dei ministri da Palazzo Rosso, caricò al folla. Manganelli, scudi e caschi contro i cittadini che protestavano in difesa della loro salute.
Due storie, quelle del referendum e delle cariche di polizia, piuttosto istruttive per spiegare il conflitto ambiente/lavoro e la cronica cecità della nostra classe politica.










