
Gli eroi non nascono dai protocolli. Nascono proprio perché non li rispettano
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Massa- Nei fatti drammatici che hanno portato alla morte di Abderrahim Fakir a Bologna, tra i lampeggianti, le urla, lo spray al peperoncino e la morsa del fermo di polizia, si consuma una tragedia parallela e silenziosa. È la tragedia di chi era salito su quell’ambulanza non per eseguire un arresto né per garantire l’ordine pubblico, ma con il solo mandato di prestare soccorso.
L’iscrizione nel registro degli atti dei volontari e degli operatori intervenuti è certamente un atto dovuto per consentire le perizie medico-legali. Eppure l’aspetto che interroga di più la nostra coscienza collettiva, e la storia stessa del Terzo Settore, non è solo penale o procedurale. Riguarda una metamorfosi culturale e morale: la progressiva burocratizzazione della pietà e l’appiattimento dell’ideale del volontariato sul dogma della procedura e della sicurezza.
Negli ultimi decenni il sistema del soccorso sanitario d’emergenza ha fatto passi da gigante nell’organizzazione tecnica, nella formazione e nella tutela degli operatori. Ai volontari viene insegnato, fin dal primo giorno di corso, un principio inderogabile: safety first, la sicurezza della scena. Nessun soccorritore deve diventare una vittima.
Un principio impeccabile sulla carta che però ha subito una distorsione subdola. In contesti ad altissima tensione, dove un uomo è a terra, ammanettato, in preda a una crisi psicomotoria o respiratoria, circondato dall’autorità delle divise, la “sicurezza della scena” rischia di trasformarsi in scudo psicologico e burocratico. Diventa il paravento dietro cui nascondere la paralisi emotiva, la sottomissione all’autorità o, peggio, un distacco cinico.
Il volontario, spaventato o preoccupato di non interferire con le forze dell’ordine, arretra. Delega la valutazione della persona che ha davanti a chi gestisce l’ordine pubblico, dimenticando che il proprio compito non è giudicare né contenere, ma proteggere la vita.
Così la sicurezza della scena diventa l’alibi dell’indifferenza. E manca la frase che avrebbe dovuto spezzare tutto:
«Aspettate. Fermi tutti. Quest’uomo sta morendo. Fatemi fare il mio mestiere.»
Quella frase non pronunciata segna la rottura tra la burocrazia del 118 e l’essenza del soccorso. Sarebbe bastato quell’impeto, un atto di coraggio civile e di pietà immediata, per fermare l’automatismo della procedura e rimettere al centro il corpo che cede, il respiro che si interrompe, lo sguardo che si spegne.
Perché quell’impeto non c’è stato? Perché nell’integrazione nel macchinario istituzionale dell’emergenza molti volontari hanno assorbito una postura che non appartiene loro: il distacco freddo, il gergo tecnico deresponsabilizzante, l’idea che l’altro non sia una persona in sofferenza ma un “target”, un “codice”, un “soggetto agitato”. Si scambia il cinismo per professionalità e la rigidità procedurale per competenza.
Nato come libera manifestazione di solidarietà popolare, autonoma e indipendente dai rigori dello Stato, il volontariato del soccorso rischia oggi di ridursi all’anello terminale di una catena burocratica. Quando l’algoritmo operativo e il timore della conseguenza sostituiscono la coscienza individuale, la spinta ideale dell’associazione si prosciuga dall’interno.
Questo episodio impone una riflessione spietata sul futuro del Terzo Settore. Se il volontario diventa un esecutore di checklist, privato del coraggio di far valere empatia e dignità umana sopra ogni schema, si perde il senso stesso della sua presenza sulla strada.
Le grandi organizzazioni di volontariato devono chiedersi quanto abbiano contribuito a questo appiattimento, inseguendo modelli che misurano tempi di intervento e aderenza ai protocolli, ma dimenticano di allenare all’umanità, al discernimento critico e al coraggio morale.
Salvare una vita non è solo un atto tecnico: è un atto di grandissima prossimità. Se di fronte a un uomo che muore l’operatore non sente più la spinta viscerale di fermare tutto, significa che il sistema non ha solo protetto la scena, ma ha anestetizzato la coscienza di chi doveva soccorrere.
Facendo queste riflessioni mi è tornata in mente la scena finale di _Codice d’onore_, con Tom Cruise e Jack Nicholson. La trovate qui: https://www.youtube.com/watch?v=EcTDwsak604
Quando i due militari vengono assolti dall’accusa di omicidio ma congedati con disonore, il più giovane chiede: “Che colpa abbiamo? Abbiamo solo eseguito l’ordine del colonnello”. E l’altro risponde: “Era nostro dovere batterci per le persone che non possono difendersi da sole”.
Un volontario










