Caso Regeni: “L’Egitto ha protetto gli assassini”. I pm chiedono un ergastolo e tre condanne a 17 anni

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“Un corpo spezzato dal dolore. Ed è su tutto questo che il regime egiziano non ha voluto indagare. È per tutto questo che il regime egiziano ha scelto di proteggere gli aguzzini. Non ha chiamato a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute. Ha scelto, consapevolmente, di coprirli”. E’ uno dei passaggi chiave della requisitoria tenuta oggi (23 giugno 2026) dal procuratore aggiunto di Roma Sergio Colaiocco nel processo in corso nell’aula bunker di Rebibbia contro quattro 007 egiziani accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni. Una requisitoria potente, in cui il magistrato inquirente ha mostrato anche le Tac del corpo martoriato del giovane ricercatore (Tac in cui si vedono venti fratture); una requisitoria di alto valore civile.

Ciò che qui si giudica – ha detto il procuratore Colaiocco (riprendiamo dall’Ansa) non è la semplice soppressione di una vita umana. Ciò che qui si giudica è l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme. Ciò che qui si giudica è il sequestro di una persona sottratta ad ogni garanzia”. E quell’uomo, ha aggiunto, aveva un nome, un volto, una storia: Giulio Regeni, un cittadino italiano, un giovane ricercatore. Un uomo libero”.

Regeni, ha detto ancora il procuratore, “il 25 gennaio del 2016 entra, inconsapevole, in una zona d’ombra in cui il diritto cessa di esistere e al suo posto subentra soltanto la nuda forza. Da quel momento Giulio non è più una persona. Diventa un corpo sequestrato. Diventa un soggetto da piegare, diventa un destinatario di violenza. Diventa, per chi lo detiene, materia su cui esercitare il potere assoluto. E questa è la prima, sconvolgente verità che il presente processo ci consegna: Regeni fu privato non soltanto della libertà e della vita. Fu privato della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti. Fu collocato in uno spazio in cui non esistevano più legge, controllo, difesa, limite. Uno spazio in cui il potere aveva assunto la forma dell’arbitrio puro. Ma vi è una seconda verità, ancor più drammatica. A compiere tutto questo — alla luce delle prove che il dibattimento ha progressivamente fatto emergere — non furono criminali comuni, non furono uomini della malavita. Furono uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza. Furono, cioè, proprio coloro ai quali uno Stato affida l’uso legittimo della forza”. Ed è qui che “il delitto assume una dimensione ulteriore. Quando la forza istituzionale, nata per proteggere, diventa forza di oppressione; quando la funzione pubblica, nata per garantire sicurezza, si converte in strumento di tortura, allora non è colpita soltanto la singola vittima”. E ancora: “è colpita l’idea stessa di civiltà giuridica, è colpito il principio che nessun potere può esistere senza responsabilità. È colpita la nozione, elementare e insieme solenne, che sopra lo Stato vi deve essere la legge”.

Non dimentichiamolo.

il procuratore capo Francesco Lo Voi e il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco hanno chiesto il carcere a vita per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e una pena di 17 anni e sei mesi per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. In autunno è prevista la sentenza.

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Claudio Figaia
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