
Non chiamateli tutti alieni: come cambia la fauna intorno a noi (spiegato bene)
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Debora Bedini, carrarina, quarantenne, è una naturalista, una professionista che fa studi ambientali, progetta interventi naturalistici, fa monitoraggi sulle specie rare e non delle Apuane (anche sui tritoni di Cava Borella e sui mufloni sulle Apuane). Un’esperta, insomma, oltre che una appassionata della sua materia (si capisce da quel che scrive). Debora Bedini ha scritto per Prima pagina.it un intervento su come è cambiata e sta cambiando la fauna attorno a noi (che potete trovare qui: https://www.primapaginamassacarrara.it/senza-categoria/2026/07/12/nutrie-ibis-c-linvasione-degli-alieni-un-safari-tra-i-nuovi-animali/ ).
di Debora Bedini
Durante i monitoraggi faunistici che svolgo nel nostro territorio mi viene spesso rivolta la domanda: “Ma questo animale c’è sempre stato?”. È una curiosità comprensibile, perché la fauna del nostro territorio sta cambiando sotto i nostri occhi. La risposta, però, raramente è un semplice sì o no. Per comprenderla bisogna distinguere fenomeni molto diversi, che raccontano l’evoluzione degli ecosistemi e il profondo rapporto tra uomo e natura.
La fauna tra le Apuane e la Piana del Magra sta cambiando. Ma non tutti i nuovi animali sono invasori alieni: capire la differenza è il primo passo per capire come si sta trasformando il nostro territorio.“Ho visto un airone in centro città.” “Sul tetto del palazzo vicino al mare c’è un nido di gabbiani.” “Lungo il canale ho visto una nutria.” Sono frasi che fino a qualche decennio fa avrebbero suscitato sorpresa. Oggi fanno parte della quotidianità di chi vive tra Massa, Carrara e la Piana del Magra.
Cosa vuol dire alieno
Ogni volta che compare un animale “insolito” la reazione è quasi sempre la stessa: sarà una specie aliena. In realtà la risposta è molto più complessa. La natura è un sistema dinamico, in continua evoluzione, e gli animali si sono sempre spostati, adattati e hanno colonizzato nuovi territori. Oggi, però, questi cambiamenti avvengono con una rapidità senza precedenti, perché ai processi naturali si sommano quelli causati dall’uomo: globalizzazione, cambiamenti climatici, urbanizzazione e trasformazione del paesaggio.Per capire ciò che osserviamo è quindi necessario fare una distinzione fondamentale: una cosa sono le specie aliene invasive, un’altra le specie autoctone che stanno ampliando naturalmente il proprio areale, cioè i loro spazi in cui vivere.
Secondo la definizione adottata dall’Unione Europea, una specie aliena è un organismo introdotto dall’uomo, volontariamente o accidentalmente, al di fuori del proprio areale naturale. Ma come arrivano da noi questi animali? Attraverso il commercio internazionale, i trasporti, il mercato degli animali da compagnia e perfino il turismo: è così che nuove specie raggiungono territori dove non sarebbero mai arrivate spontaneamente.
La maggior parte non riesce a sopravvivere. Alcune, invece, trovano condizioni ideali, si riproducono con successo e iniziano a diffondersi. Quando la loro presenza altera gli ecosistemi, competendo con le specie autoctone o modificando gli habitat, vengono definite specie aliene invasive. Nei nuovi territori trovano pochi predatori, pochi parassiti e abbondanza di risorse.
Secondo l’IPBES (la piattaforma scientifica delle Nazioni Unite dedicata alla biodiversità) le specie aliene invasive rappresentano oggi una delle principali minacce per gli ecosistemi naturali, con impatti ecologici, economici e sanitari che interessano praticamente tutti i continenti. E il nostro territorio non fa eccezione. In Italia sono censite oltre 3.800 specie esotiche, ma solo una piccola parte diventa realmente invasiva. È proprio quella minoranza a destare le maggiori preoccupazioni per gli ecosistemi.
La storia della nutria, innocua ma dannosa
Probabilmente nessun animale rappresenta meglio questo fenomeno della nutria. Originaria del Sud America, arrivò in Italia nel secolo scorso per essere allevata a scopo commerciale. Quando gli allevamenti vennero progressivamente abbandonati, molti esemplari furono liberati o fuggirono, colonizzando fiumi, canali e zone umide. Oggi è ormai una presenza abituale lungo il Magra, il Parmignola, i canali di bonifica e numerosi corsi d’acqua della pianura.

Può sembrare un animale innocuo, ma il suo impatto è tutt’altro che trascurabile. Le tane scavate negli argini causano fenomeni di erosione e aumentano il rischio di cedimenti, mentre l’alimentazione prevalentemente erbivora modifica la vegetazione e può influenzare gli equilibri degli ecosistemi acquatici.È forse il caso più evidente di come una specie introdotta dall’uomo possa trasformare profondamente un ambiente naturale.
Meno visibile, ma altrettanto problematico, è il gambero rosso della Louisiana.
Introdotto in Europa per l’acquacoltura, si è diffuso rapidamente in laghi, fossi e canali, dimostrando una straordinaria capacità di adattamento. Oltre a scavare gallerie negli argini, predando uova di anfibi, larve di insetti e piccoli pesci, è portatore sano della cosiddetta “peste del gambero”, una malattia letale per i gamberi autoctoni europei.
Tartarughine voraci e Ibis sacri
Ricordo quando ero bambina, negli anni Novanta, la tartaruga dalle guance rosse era tra gli animali domestici più acquistati nei negozi e alle fiere. Piccola, economica e apparentemente facile da allevare.
Il problema arrivava dopo qualche anno, quando gli animali crescevano molto più del previsto. Molti proprietari, pensando di fare un gesto positivo, li liberavano nei laghetti cittadini, nei canali o negli stagni. Oggi quelle tartarughe sono ancora presenti in numerose aree umide italiane e competono con la testuggine palustre europea per il cibo, i siti di basking e gli habitat disponibili.
Un semplice gesto compiuto in buona fede può avere conseguenze che durano decenni.
Tra gli avvistamenti che più incuriosiscono c’è sicuramente quello dell’ibis sacro.
Con il suo piumaggio bianco, la testa nera priva di penne e il lungo becco ricurvo, è impossibile confonderlo con altri uccelli. Originario dell’Africa subsahariana, è arrivato in Europa soprattutto attraverso fughe da giardini zoologici e collezioni ornamentali. Oggi è presente in molte zone umide del Nord Italia e viene osservato sempre più frequentemente anche tra Toscana e Liguria. La sua dieta è molto varia: insetti, anfibi, piccoli rettili, crostacei e uova di altri uccelli. Questa grande adattabilità gli permette di colonizzare ambienti molto diversi e rende necessario seguirne attentamente l’espansione.

Questi sono solo alcuni esempi, ma lista è lunghissima e sorprendente. Oltre a nutrie, ibis sacri e tartarughe americane, nel nostro territorio convivono specie come il calabrone asiatico, la zanzara tigre, la cimice asiatica e, in alcune città, i coloratissimi parrocchetti dal collare. Le invasioni biologiche non riguardano solo grandi animali facilmente riconoscibili, ma interessino anche insetti e altre specie più difficili da scorgere e che ormai fanno parte della nostra quotidianità.La diffusione delle specie aliene non riguarda soltanto la biologia, ma racconta anche come sta cambiando il paesaggio che ci circonda.
Una volta che una specie invasiva si è stabilita in un territorio, eliminarla completamente è spesso impossibile. Gli interventi di contenimento risultano complessi, costosi e raramente definitivi.
Per questo la prevenzione è l’arma più efficace.Evitare il rilascio di animali esotici, controllare il commercio delle specie più a rischio e monitorare tempestivamente le nuove introduzioni sono strumenti essenziali per limitare gli impatti futuri.
Le specie “indigene” che crescono sempre più
Le specie aliene, però, raccontano soltanto una parte della storia. Esiste infatti un altro fenomeno, molto diverso e spesso confuso con il precedente: quello delle specie autoctone che stanno naturalmente ampliando il proprio areale. Ed è proprio questo il cambiamento che, negli ultimi anni, ha modificato in modo più evidente il volto della nostra fauna tra le Apuane e la Piana del Magra.
Se le specie aliene sono il risultato dell’intervento dell’uomo, esistono però altri fenomeni naturali che spesso generano confusione: osserviamo specie autoctone tornare a occupare gli antichi areali ampliando in modo naturale il proprio territorio e altre, già presenti da sempre, che grazie alla loro straordinaria capacità di adattamento stanno diventando sempre più numerose negli ambienti urbani e agricoli.
Le specie non sono distribuite sul territorio in modo immutabile. Da sempre si spostano, colonizzano nuovi ambienti, si ritirano da altri e modificano il proprio comportamento in risposta ai cambiamenti climatici, alla disponibilità di cibo e alla trasformazione degli habitat. Oggi, però, questi cambiamenti avvengono con una rapidità maggiore, perché il clima sta cambiando, il paesaggio è profondamente diverso da quello di pochi decenni fa e molte specie hanno imparato a convivere con l’uomo.
Molti di noi avranno certamente notato come aironi cenerini, airone bianco maggiore, garzette, aironi guardabuoi, colombacci e molte altre specie siano diventati presenze abituali. Li osserviamo nei prati appena sfalciati, lungo i fossi, nei campi coltivati, ma anche nei parchi urbani, nei canali cittadini e perfino nelle rotatorie.
Ebbene, questi volatili non sono arrivati da un altro continente: sono specie europee che hanno beneficiato della tutela introdotta dalla Direttiva Uccelli (2009/147/CE) e direttiva Habitat (92/43/CEE) dell’Unione Europea, della progressiva riduzione della pressione venatoria e, in alcune aree, del recupero di ambienti umidi o agricoli che per decenni erano stati bonificati o degradati.
La favola a lieto fine del lupo
Tra gli animali che più colpiscono l’immaginario collettivo c’è senza dubbio il lupo. Ogni suo avvistamento suscita curiosità, timore e spesso un acceso dibattito. Eppure il lupo non è un nuovo arrivato. È una specie autoctona che per secoli ha abitato l’Appennino e le Alpi, fino a sfiorare l’estinzione nel secondo dopoguerra a causa della persecuzione diretta.
La sua presenza sulle colline di Massa e Carrara, nelle aree montane della Lunigiana, ma anche nella Piana di Luni, non rappresenta un’invasione, ma il graduale recupero di parte del suo areale storico, reso possibile dalla protezione della specie, dall’abbandono di molte aree rurali e dalla maggiore disponibilità di ungulati selvatici.È uno degli esempi più significativi di come la conservazione possa produrre risultati concreti.
Il ritorno della lontra
Più silenzioso, ma altrettanto affascinante, è il possibile ritorno della lontra. Considerata per decenni scomparsa da gran parte dell’Italia centro-settentrionale, negli ultimi anni è tornata a essere segnalata in diverse aree della Toscana. Anche il ritrovamento di un esemplare nel fiume Magra ha riacceso l’interesse verso questa specie elusiva, simbolo della buona qualità degli ambienti fluviali.
La presenza della lontra non rappresenta soltanto una curiosità naturalistica: è un importante indicatore ecologico. Dove vive la lontra devono infatti essere presenti acque relativamente pulite, disponibilità di pesce e habitat fluviali ben conservati.
Presenze “inquietanti”
Ci sono presenze poi molto più “pressanti” e diciamolo, “inquietanti”. Uno degli esempi più evidenti è il gabbiano reale. Fino a qualche decennio fa era considerato un tipico abitante delle falesie e delle coste rocciose. Oggi, invece, ha trovato nelle città un habitat sorprendentemente favorevole. I tetti degli edifici sostituiscono le pareti rocciose, l’assenza di predatori aumenta il successo riproduttivo e la disponibilità di cibo è praticamente continua.Quello che a molti appare come un’invasione è, in realtà, il risultato di uno straordinario adattamento ecologico.
Lo stesso vale per la cornacchia grigia. Non è una specie aliena né un nuovo arrivato, ma un uccello autoctono che negli ultimi decenni ha saputo sfruttare con grande successo le trasformazioni del paesaggio. Dotata di un’elevata intelligenza e di una dieta estremamente varia, frequenta campagne, parchi urbani, aree industriali e centri abitati, dove trova facilmente cibo e siti per la nidificazione. La sua crescente presenza è favorita anche dalla diminuzione dei grandi alberi nelle campagne tradizionali, dall’abbondanza di risorse alimentari legate alle attività umane e dalla straordinaria capacità di adattarsi a contesti molto diversi.
Tutta una questione di adattabilità
Perché alcune specie hanno così tanto successo? La risposta è semplice: sono straordinariamente adattabili. Crescono rapidamente, si riproducono molto, tollerano ambienti degradati, hanno una dieta poco specializzata e sfruttano qualsiasi opportunità disponibile. In ecologia vengono spesso definite specie opportuniste.
Le città e le periferie non sono più un deserto biologico.Per molto tempo abbiamo considerato le città come ambienti ostili alla fauna. Oggi sappiamo che non è più così.Parchi urbani, argini rinaturalizzati, giardini, corsi d’acqua artificiali, tetti e perfino edifici industriali costituiscono un mosaico di habitat che molte specie hanno imparato a utilizzare.
Un tetto può diventare una falesia per un gabbiano.Un ponte può trasformarsi nel rifugio di una colonia di pipistrelli. Una cava dismessa può offrire pareti di nidificazione a rapaci e rondoni.Un semplice canale urbano può ospitare aironi, gallinelle d’acqua e martin pescatori.
Non sono gli animali a essersi “spostati in città”. Sono le città ad avere assunto caratteristiche che, per alcune specie, risultano sorprendentemente favorevoli.
Ma ovviamente, non per tutte.
Gli animali sono straordinari indicatori dello stato di salute del territorio. La loro presenza, o la loro assenza, riflette cambiamenti spesso invisibili ai nostri occhi: la qualità delle acque, la frammentazione degli habitat, l’evoluzione del clima, la disponibilità di risorse alimentari.Per questo il monitoraggio della fauna è diventato uno strumento fondamentale per comprendere come stanno evolvendo gli ecosistemi.
Oggi, grazie alle nuove tecnologie, anche i cittadini possono contribuire a questa conoscenza.
Una fotografia scattata durante una passeggiata e caricata su piattaforme di citizen science come iNaturalist può essere verificata dagli esperti e trasformarsi in un dato scientifico utile per ricercatori, enti pubblici e aree protette.È così che, ogni giorno, migliaia di osservazioni contribuiscono a ricostruire la distribuzione delle specie e a individuare tempestivamente l’arrivo di nuovi organismi invasivi o il ritorno di specie rare.
La biodiversità, infatti, non si tutela soltanto nei laboratori o nelle aree protette.Si protegge prima di tutto imparando a conoscerla. La prossima volta che vedremo un airone lungo il Magra o un gabbiano che sorvola il centro storico, forse non penseremo subito a un'”invasione”. Ci chiederemo piuttosto quale storia ci sta raccontando quell’animale.
Ma ci sono animali che scompaiono
Oggi gli ecosistemi tendono a favorire le specie generaliste, cioè quegli animali capaci di mangiare un po’ di tutto, adattarsi agli ambienti urbani e convivere con l’uomo. Al contrario, le specie più specializzate, legate a habitat molto specifici, sono spesso quelle che soffrono maggiormente i cambiamenti del territorio.È uno dei motivi per cui osserviamo sempre più frequentemente gabbiani, cornacchie, gazze, cinghiali, mentre altre specie diventano sempre più rare.
Le specie cambiano distribuzione, alcune avanzano, altre arretrano, altre ancora scompaiono localmente mentre nuove presenze si affacciano sul territorio. La comparsa di un animale attira sempre l’attenzione. Molto meno evidente è la scomparsa di quelli che c’erano.Eppure anche questa racconta una parte importante della storia.
Il chiacchiericcio dei passeri non ci sveglia più la domenica mattina. Nel fosso dietro casa dei nonni non nuotano più i tritoni. Sotto il tetto della parrocchia le rondini non sono tornate a nidificare. Le lucciole non illuminano più il campetto della scuola nelle calde sere estive.Se una nutria o un ibis sacro attirano immediatamente la nostra attenzione, molto più difficile è accorgersi dell’assenza. Eppure dentro di noi lo sentiamo e anche queste assenze raccontano qualcosa del territorio in cui viviamo.
Ma questa è un’altra storia. Una storia fatta non di nuovi arrivi, ma di specie che rischiamo di perdere senza nemmeno accorgercene, e che vi racconterò nel prossimo articolo.
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