Ceuta, Schengen e la politica della paura

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di Fabio Evangelisti 

Di fronte alle immagini di migliaia di giovani marocchini che si sono riversati nell’exclave spagnola di Ceuta, è comprensibile che l’opinione pubblica italiana ed europea abbia dato segni di marcata inquietudine. 

Non si può, tuttavia, lasciare che l’emotività sostituisca il diritto e che gli slogan prendano il posto dell’analisi.

Mi permetto di scriverlo anche sulla base dell’esperienza fatta, in anni ormai lontani, a capo del Comitato Schengen, organismo bicamerale composto da dieci deputati e dieci senatori, istituito proprio per vigilare sull’attuazione degli Accordi di Schengen e sul delicato equilibrio tra libertà di circolazione, sicurezza e controllo delle frontiere.

La prima domanda che quindi mi son posto, ascoltando i vari tg e leggendo le cronache,  è stata: ma il Governo italiano ha davvero “sospeso Schengen”?

La risposta, sul piano giuridico, è no.

Gli Accordi di Schengen non possono essere sospesi unilateralmente da uno Stato membro. Il Codice Frontiere Schengen consente invece, in presenza di gravi minacce all’ordine pubblico o alla sicurezza interna, la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne, misura eccezionale, limitata nel tempo e disciplinata dal diritto dell’Unione. 

È una differenza sostanziale, non terminologica. Parlare di “sospensione di Schengen” produce certamente un effetto mediatico molto più forte, ma non descrive correttamente ciò che il quadro normativo europeo consente.

Ciò non significa minimizzare quanto è accaduto a Ceuta.

L’afflusso improvviso di migliaia di persone rappresenta uno stress test per qualsiasi sistema di controllo delle frontiere. 

Resta, comunque, che prima ancora di diventare uno scontro politico tra governi europei, Ceuta ha rappresentato una tragedia: tra 50.000 e 60.000 giovani marocchini hanno tentato di raggiungere la città autonoma spagnola, causando almeno 72 morti e migliaia di feriti. 

All’origine dell’esodo vi sarebbe un’ondata di disinformazione sui social, che faceva credere che per sole 24 ore ci sarebbe stata la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno se non addirittura la cittadinanza spagnola. 

Così come è aperta la questione dell’eventuale utilizzo dei flussi migratori come strumento di pressione politica da parte del Marocco, ipotesi finora non dimostrata.

È evidente, in ogni caso, che la Spagna si sia trovata davanti a un’emergenza reale, aggravata dalla presenza di moltissimi minorenni e da un contesto umanitario complesso. Ma proprio perché Ceuta è una frontiera esterna dell’Unione europea, sia pure con uno status del tutto particolare, la risposta non può essere lasciata esclusivamente a Madrid.

Ed è qui che vale la pena ricordare quanto accadde fra il 12 e il 14 settembre del 2023, a Lampedusa.

Infatti, quando la nostra isola fu investita da un eccezionale flusso migratorio, l’Europa non disse all’Italia “arrangiatevi”. 

La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, si recò personalmente a Lampedusa insieme alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, annunciando un piano europeo fondato sul rafforzamento di Frontex, sul contrasto ai trafficanti, sulla cooperazione con i Paesi di origine e di transito e sull’accelerazione delle procedure di rimpatrio. 

Non tutte quelle misure hanno prodotto i risultati sperati, ma il principio politico fu inequivocabile: una frontiera italiana è una frontiera europea.

Lo stesso principio avrebbe dovuto valere oggi per Ceuta.

Se l’Italia pretende solidarietà quando la pressione migratoria riguarda il Mediterraneo centrale, deve dimostrare identica solidarietà quando la crisi investe il confine ispano-marocchino. 

Le frontiere esterne dell’Unione non hanno una nazionalità: appartengono all’intera Europa.

Ed è proprio qui che il dibattito rischia di spostarsi dai fatti alle emozioni.

Nel mio ultimo libro, Le paure del professor Parolini, ho cercato di raccontare come la paura, nella storia, sia stata spesso utilizzata non soltanto per governare le società, ma anche per orientare il consenso. È una riflessione che, purtroppo, conserva tutta la sua attualità. Non è un caso che le destre sovraniste di mezzo mondo, da Washington a Roma e altre capitali europee, utilizzino sistematicamente l’emergenza migratoria come principale leva di mobilitazione del consenso. Non occorre costruire i fatti: è sufficiente enfatizzarli, decontestualizzarli e trasformarli in un racconto permanente dell’assedio. 

La paura, quando diventa il filtro attraverso cui leggere la realtà, è uno dei più potenti strumenti di condizionamento delle democrazie.

Naturalmente ogni governo ha il dovere di proteggere la sicurezza dei propri cittadini e di prevenire movimenti di migranti irregolari. 

Ma la gestione dell’immigrazione non può ridursi a una gara tra governi su chi usa il linguaggio più duro o l’annuncio più eclatante.

C’è infine una considerazione politica che non può essere elusa.

Il Governo Meloni ha costruito una parte importante del proprio consenso sulla richiesta di una maggiore solidarietà europea verso l’Italia. Era una richiesta legittima. Lampedusa non era soltanto un problema italiano, ma una frontiera dell’Unione. Per questo, nel settembre 2023, la Commissione europea scelse di esserci.

Oggi che la pressione si è spostata a ovest, sulla frontiera di Ceuta, il principio dovrebbe restare identico: una frontiera spagnola è una frontiera europea.

Invece, anziché partire da questo presupposto, il Governo italiano ha preferito evocare la sospensione di Schengen e chiamare in causa Madrid. Pedro Sánchez ha replicato con i dati di Frontex: negli ultimi cinque anni gli ingressi irregolari nell’Unione europea sono stati circa 478.600 attraverso l’Italia, contro 234.760 attraverso la Spagna. Numeri che non assolvono nessuno, ma ricordano una verità semplice: nessun Paese può permettersi di impartire lezioni agli altri quando si trova di fronte a un fenomeno che riguarda l’intera Europa.

L’immigrazione continuerà a rappresentare una delle sfide decisive del nostro continente. Serviranno non soltanto frontiere esterne più efficaci, ma soprattutto accordi credibili con i Paesi di origine e di transito dei flussi migratori, una lotta senza quartiere contro i trafficanti di esseri umani e procedure europee finalmente comuni. 

Ma servirà soprattutto coerenza politica. Perché la solidarietà europea non può essere invocata quando riguarda noi e dimenticata quando riguarda gli altri. Se vale per Lampedusa, deve valere anche per Ceuta. 

Altrimenti non è solidarietà: è soltanto convenienza.

Per concludere: Schengen non è soltanto un trattato sulla libera circolazione. È un patto di fiducia reciproca tra gli Stati europei. Se ogni crisi viene affrontata innalzando immediatamente nuove frontiere interne, il messaggio che passa ai cittadini è che l’Europa non è capace di governare i fenomeni, ma solo di rincorrerli. Ed è proprio in quello spazio lasciato vuoto dalla politica che prosperano la paura e il consenso dei nazionalismi.

Fabio Evangelisti è stato piu volte eletto alla Camera dei Deputati e Presidente del Comitato parlamentare Schengen

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Redazione
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